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LibriAmo a cura di Renata Grifa

Si sedevano una accanto all’altra,
Cora con un libro di storia o un romanzo, e Molly a sfogliare una fiaba.

Un giorno, mentre stavano per entrare, le fermò un carrettiere.
“Il padrone diceva che l’unica cosa più pericolosa di un negro con la pistola”,
disse,
“è un negro con un libro in mano.
Allora mi sa che lì dentro c’è un bel mucchio di polvere nera, eh!”

Chiudendo l’ultima pagina di questo romanzo ci si rende conto del perché “La ferrovia sotterranea” è un libro che ha sedotto l’intera America vincendo, oltre al National Book Award, uno tra i riconoscimenti letterari più ambiti: il premio Pulitzer.

Con questo racconto Colson Withehead ha messo a nudo l’umanità dell’America di inizio Ottocento fino a sancirne il suo punto di rottura servendosi della storia di Cora, schiava negra che tenta la folle fuga verso la libertà in un mondo in cui il colore della pelle determinava la condizione di libertà o di prigionia. È il mondo dell’America delle leggi razziali, della schiavitù, degli spirtiuals nei campi di cotone, di un regno, quello delle piantagioni, in cui un uomo di colore era considerato alla stregua di un oggetto, se una cosa sai tenertela stretta, è tua. La tua terra, il tuo schiavo o il tuo continente. L’imperativo americano. 

Quello della segregazione razziale, del predominio del bianco sul nero, è certamente un tema che la letteratura internazionale ha affrontato in ogni sua sfaccettatura, ma ciò che rende questo racconto “magico” è il modo in cui l’autore è riuscito a mettere insieme la brutalità di quella che forse è ancora oggi una piaga della società moderna e la speranza di vedere correre sullo stesso treno il diritto di uguaglianza tra popoli senza cadere nel sentimentalismo o nella pietà, ma sapendo ben coniugare realtà, fantasia, violenza e colpi di scena (che ad un lettore ben attento non mancheranno di rievocare un altro capolavoro di stampo cinematografico “si pronuncia jango, la D è muta”).

Con la brillante invenzione di una ferrovia sotterranea l’autore riesce a materializzare quella che era l’espressione con cui veniva indicata la fittissima rete clandestina di abolizionisti che aiutavano gli schiavi a raggiungere il Nord del paese, loro terra promessa.

Se volete vedere com’è fatto davvero questo paese, io lo dico sempre, dovete prendere il treno. Mentre andate a tutta velocità guardate fuori, e vedrete il vero volto dell’America.

Ma per Cora il volto dell’America è quello che ogni giorno deve affrontare nei campi di cotone dove è ultima tra gli ultimi. Cora, abbandonata da sua madre quando era ancora bambina, è una schiava di proprietà di Terence Randall, additata come folle dagli abitanti della piantagione ha come unica via di salvezza la scelta di accettare la folle proposta di Caesar: fuggire.

Ed è così che, per sottrarsi ad un destino altrimenti già scritto, comincia l’avventurosa fuga che porterà la protagonista ad attraversare buona parte degli Stati Uniti assaporando brevi attimi di libertà e innumerevoli attimi di paura e riflessione. Dalla Georgia alla a Carolina del Sud, dalla Carolina del Nord al Tennessee fino all’ Illinois Cora non si darà mai per vinta, consapevole che la posta in palio è ormai la sua stessa vita.

Tanti i personaggi che accompagnano la fuga di Cora verso la libertà, ognuno testimone a modo proprio di quella che è stata la ferocia di un popolo a discapito di un altro. Ma La ferrovia sotterranea se da un lato rievoca fino a che punto può spingersi la cattiveria dell’uomo, dall’altro è un racconto che non chiude le porte alla speranza “Il mondo può anche essere cattivo, ma le persone non devono esserlo per forza, possono rifiutarsi”.


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