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La politica dei pacchetti genera orfani politici e mostri concettuali

La politica dei pacchetti elettorali, che sposta voti “militarizzati” in qualsivoglia contenitore da destra a sinistra perché svincolati dalle idee ma fidelizzati all’uomo anzi alla macchina elettorale che dietro vi si muove, non poteva che partorire l’ennesimo mostro: un certo centrosinistra a capo del centrodestra.

Innegabile lo spaesamento dell’elettore di destra.

Facile immaginare la frustrazione e lo smarrimento politico di tutto un arco di elettori storici della destra cittadina che si ritrovano a capo del centrodestra chi per anni hanno combattuto, perché emblema di una certa sinistra (o quantomeno definitasi tale, ma è un’altra storia).

Quel che nella scorsa tornata elettorale poteva essere assimilabile ad un fastidio cognitivo (sia chiaro non solo a destra ma anche a certi ambienti di sinistra) nel votare il Carrozzone del “Trasversalismo indotto” come lo definì lo stesso Sindaco uscente Cascavilla, oggi non può che essere diventato sconforto psicologico, violazione intima, scoramento intellettuale ed insicurezza emotiva. Come quando estranei ti entrano in casa.

Facile è anche immaginare lo sconforto proprio della classe dirigente locale dei partiti di destra, dai “neo-leghisti” agli “storici forzisti”, forse gli unici a non aver percepito lo scenario più che probabile a cui si andava incontro accettando questo tipo di sfida. Già perché le colpe non possono essere date all’elettorato di destra come qualche timido post social di qualche sconfitto lascia intendere. L’elettorato di destra si è dimostrato sfiduciato probabilmente spaesato ma sicuramente più perspicace della sua classe dirigente.

Le colpe sono solo ed esclusivamente della grave miopia politica dei santoni della destra cittadina alimentata forse da una illusoria presunzione di forza che utopistica pareva ed utopistica si è palesata. Forza elettorale “militare” che si è dimostrata invece essere peculiarità di chi ha raccolto una vittoria prevedibile sì ma numericamente schiacciante ed imbarazzante, pur giocando in trasferta.

Cosa faranno gli sconfitti? Continuare sulla strada intrapresa mantenendo la “parola” e relegandosi al ruolo di stampelle minori, comprimari di un corpo estraneo a casa propria che si vinca o si perda? Oppure rimangiarsi tutto, portare a casa il pallone perché non si è vinto e (sempre che i tempi lo consentano) tentare una convergenza di destra su un nome, che prima per personalismi di ogni sorta non si è voluta, finendo per attribuirsi l’etichetta di voltagabbana?

Una corsa a perdere da qualsivoglia punto di osservazione la si voglia guardare. Perdere l’orgoglio o perdere la faccia? Il senso di appartenenza o il personalismo di esserci ad ogni costo?

Se gli sconfitti sono a leccarsi le amare ferite, di certo non può dormire sonni tranquilli nemmeno il vincitore delle primarie. Numeri alla mano non basterebbero i circa 3.800 voti per vincere il 26 maggio. Toccherà andare a cercare voti altrove. Difficile (ma mai dire mai nell’epoca dei pacchetti senza idee e senza casa concettuale) la caccia al voto di sinistra quando si è oltrepassata la trincea a destra. Come ad ogni modo e forse soprattutto ci sarà da fare i conti con il voto di destra, di un elettorato che si sente come dicevamo, infiltrato a casa sua, e che potrebbe utilizzare l’unica arma a difesa della propria integrità politica: il voto disgiunto.

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