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Consenso elettorale e clientelismo… oltraggio alla Politica

Si dice che la Capitanata non sia solo mafia e mafiosità, ma la questione è che quattro comuni in cinque anni sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose.

La cronaca dei giorni scorsi testimonia che politica, corruzione, voto di scambio e clientelismo sono fenomeni che fanno rumore più degli spari delle calibro 9.

Chi legge i giornali, e cioè una piccola minoranza della popolazione, ha un’idea piuttosto precisa di che cosa significhi “politica”.

Istituzioni, partiti, mercato elettorale, cariche politiche, programmi, decisioni.

Chi guarda i telegiornali è probabile che, di questo elenco, abbia già perso qualche pezzo per strada.

Contenuti dei programmi e le conseguenti decisioni si trasformano in facce, con caratteri, e parole al posto di leggi, articoli e commi.

Poi ci sono i cittadini, i militanti quelli che partecipano assiduamente alla vita politica, per un fine del tutto personale oppure mossi da un bisogno sociale.

Frequentano le piazze, dibattiti tematici, abitano le sedi di partito per una verifica del proprio trovarsi d’accordo o in disaccordo con il gruppo, oppure un semplice riconoscimento fisico.

In questo esercizio politico esistono poi individui che di norma non mutano mai opinione, partecipano passivamente o attivamente sentendosi appagati da questa pratica. Il cambiare idea o affinare le proprie idee non appartiene a loro. Non è il loro bisogno primario.

Questi militanti danno il meglio di sé nelle campagne elettorali, soprattutto se le narrazioni predisposte dagli strateghi di partito coinvolgono chi eserciterà poi il voto.

Il loro ruolo è assai più modesto di chi poi realmente governerà la cosa pubblica, di chi sarà indicato alla costruzione di programmi e di politiche pubbliche, maledettamente noiose, complicate e poco realizzate.

I programmi, in questo paese, non interessano quasi più a nessuno.

Non interessano ai partiti che li redigono di malavoglia, e li presentano quasi fossero un burocratico adempimento da assolvere.

Non interessano ai cittadini che non vi credono, preferendo affidarsi all’epidermica presentabilità dei candidati, o ad immagini stereotipate di senso comune.

Eppure, i programmi rappresentano una sorta di contratto di legislatura, ma spesso viene declassato per coprire accordi personali o di gruppo, trasformando la politica in un inutile esercizio di stile.

Ne consegue una continua asimmetria, uno scollamento fra amministratori, militanti e cittadini, difficilmente superabile.

Impuntature, litigi, fughe in avanti, conflitti rappresentano, poi, la regola per rinegoziare il proprio potere locale o nazionale.

Chi non ha un gruppo di clientes, vive in un mare tempestoso e bizzarro, nel quale il suo guscio di noce appare di continuo in balia degli eventi.

Poi, emergono personaggi strani, che sono in grado di attraversare il bla bla istituzionalizzato stile veline, da un lato, e la disperazione di tanti cittadini che sognano di costruire un futuro migliore, dall’altro.

Queste dinamiche non sono le foto dei corpi insanguinati coperti da lenzuola bianche che scombussolano le nostre giornate.

Le storie dei giorni scorsi sono flussi continui che partono dalla raccomandazione e finiscono nella corruzione.

Racconti che si ripetono nel tempo e che fanno parte di un’anatomia politica che distrugge il capitale sociale, quello culturale e quello economico, in nome della clientela.

Berto Dragano

 


Anni fa le fiabe iniziavano con “C’era una volta…”.
Oggi sappiamo che iniziano tutte con “Se sarò eletto…”
(Carlyn Warner)

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