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L’umile storia di San Giovanni Rotondo Stampa E-mail
Inserito da Redazione   
sabato 12 settembre 2009

San Giovanni Rotondo NET - Opinionidi Salvatore Ritrovato







Sono d’accordo con Gianfranco Pazienza: è giusto che il PUG sia noto, discusso e condiviso dai sangiovannesi. Non è sfiducia nei confronti degli amministratori; tutt’altro, è fiducia che essi possano trovare un modo per fare partecipi i cittadini. Il PUG non è solo una questione tecnica, riflette l’immagine e la coscienza che una città ha di sé. E noi che immagine abbiamo di San Giovanni Rotondo? Proviamo a riflettere partendo dalla storia.

 

Padre Pio ha dato una svolta alla storia di San Giovanni Rotondo, ma è vero che San Giovanni Rotondo esisteva anche prima. Che cos’era ‘prima’? Come ha attraversato gli ultimi mille anni della sua storia (quelli attualmente documentabili) prima dell’accelerazione novecentesca, fra crescita economica e sperequazioni sociali, sviluppo demografico-urbanistico e spaventosa emigrazione? Forse è stato un fiorente centro commerciale? o un avanzato polo pre-industriale? o un importante snodo strategico militare? o il capoluogo-capitale di qualche irriducibile ducato? No, San Giovanni Rotondo, che oggi è un paese pieno di contraddizioni e di buone potenzialità (come ha dimostrato il recente festival del Cortometraggio), fu un piccolo e povero borgo di contadini. Un borgo come tanti. Come Pietrelcina, per esempio. Che male c’è? Dobbiamo vergognarci di avere avuto fra gli antenati contadini, braccianti, pastori, minatori, piccoli artigiani? La storia di San Giovanni comincia in pieno Medioevo. In un periodo di relativa stabilità, all’indomani della riforma cistercense. Le prime carte parlano di confini da delimitare e da rispettare, di proprietà private, di decime e franchigie, di divisioni sociali, gelosie e sospetti. C’era poco da ridere. Comandavano i conti e gli abati. Invece di preoccuparci di sapere se i pre-Sangiovannesi abbiano partecipato alla guerra di Troia, dovremmo conoscere qual era il PIL (si fa per dire) del Casale Sancti Iohanni Rotundi ai tempi di Federico II.

 

L’affermazione popolare della figura di Padre Pio, nel corso del Novecento, ha avuto effetti importanti sulla coscienza storica e culturale del paese. L’effetto più evidente è stato quello di mettere in secondo piano o addirittura di rimuovere le radici più profonde del paese, alla ricerca di origini favolose e di qualche pezza di nobiltà stracciona. Illusioni che si concretizzano, per esempio, nella mitizzazione di un paese mai esistito chiamato Pirgiano, di tale fascino da soppiantare il venerando nome di un’antica via, Chjazza ranna.

 

Padre Pio si ferma a San Giovanni Rotondo proprio perché è un paese di gente umile e onesta, non di boriosi ignoranti. Gli piace il silenzio, la posizione appartata del convento dei cappuccini, la schiettezza dei rapporti, e forse anche il vento rude e sferzante, cummare vòria, che gli ricorda un po’ la sua Irpinia. Qui ha modo di coltivare il suo misticismo. Sì, San Giovanni Rotondo fu scelto da un grande mistico. È un onore. Oggi, San Giovanni ha ancora qualcosa di mistico? Un nuovo Padre Pio, se capitasse da queste parti, lo sceglierebbe ancora?

 

Ma torniamo alla storia. Che memoria e rispetto San Giovanni Rotondo ha del suo umile passato? Ben vengano canti e balli, e qualche pubblicazione dilettante (cui ho dato anch’io un modesto contributo)! Le tradizioni popolari si onorano anche con studi, saggi, musei, convegni internazionali, e soprattutto con un’etica fatta di umiltà e laboriosità, onestà e senso della verità, arguzia e disponibilità. Non confondiamo l’etica con la morale. L’etica è fondata sul lavoro non sulle regole, quindi si impara stando a tavola, mangiando quel che c’è, e non leggendo il galateo, aspettando il cameriere.

 

Perché la ristrutturazione del Corso Umberto I attira tante polemiche? Perché è significativa di questo malessere. Essa si realizza in due fasi: pars destruens, superamento di un’antica idea di corso inteso come fascia di sutura fra il vecchio centro e il nuovo quartiere ottocentesco, e insieme come luogo di passeggio, incontro e ritrovo, all’ombra di alberi sempreverdi e non fruttiferi; pars costruens, trasformazione del corso in una sorta di spazio-vetrina, con sradicamento degli alberi e piastrellamento con materiale edilizio extralocale. Come ogni progetto architettonico-urbanistico, tale ristrutturazione può essere analizzata in termini simbolici. Diciamone qualcuno:

 

a) lo sradicamento degli alberi è l’ultimo e il più doloroso atto di rimozione dei nostri rapporti con la terra. Gli alberi, con l’ombra protettiva delle loro fronde, confortano sia chi lavora la terra, indurito da campi spogli e assolati, sia chi lavora in città, al chiuso di un ufficio o di un negozio;

 

b) la scelta di piastrellare con materiale edilizio non locale è il frutto di una deliberata ignoranza della nostra storia e della struttura geologica del nostro territorio. Non c’è paese istriano, dalmata e pugliese, che non cerchi di valorizzare le sue chjanche. Noi no, le togliamo. È incredibile? No, è l’indizio del rapporto conflittuale con il nostro passato di cui ho parlato prima;

 

c) nella costruzione e nella ristrutturazione di un edificio vi è sempre una intentio, cioè un discorso simbolico da fare. Prendiamo la chiesa di Renzo Piano. Nulla è lasciato al caso, dalla scelta della pietra al numero degli ulivi. Ora, il nuovo corso Umberto che cosa ha guadagnato dalla perdita della umile, sobria identità precedente? È diventato la Via Condotti di San Giovanni Rotondo, uno spazio di consumismo lussuoso e abbagliante? Quel che è chiaramente visibile, infatti, sono le facciate in rovina degli edifici (quando parte il piano di restauro?). Oppure doveva diventare il “salotto” bene della nuova borghesia? Un salotto senza panchine, senza aiuole, mah, ho i miei dubbi. Forse ci si aspettava che lo slargo davanti al Municipio diventasse una sorta di Piazza Venezia?

 

d) infine, veniamo al gioiello di questa ristrutturazione. Il nuovo Corso è una lunga striscia che mette in comunicazione Piazza Padre Pio con la fontana che affaccia in Piazza Europa: sul piano storico-simbolico, il nuovo corso connette sacro e profano, devozione e storia. Ma da lontano, la fontana appare come un masso enigmatico e informe; da vicino, quasi sempre spenta, serve da occasionale pattumiera dei passanti (non che manchino, nei paraggi, cestini dei rifiuti!). In verità, la fontana sfoggia icone e miniature della storia di San Giovanni Rotondo. Dico “storia”, ma il termine è improprio. Studi seri dimostrano che Pirgiano è solo fantasia, e che il culto di Giano sul Gargano (importato, a quanto pare, dai romani, cioè non autoctono) era meno importante di quello per Calcante e Podalirio. Ma è improprio, per non dire dissacrante, anche l’accostamento di Giano e Padre Pio. Ora la costosa fontana è solo un documento antropologico di questi anni: rappresenta il modo in cui alcuni sangiovannesi credono che debba essere letta e raccontata la storia del loro paese. Una commissione scientifica di esperti (studiosi seri, professori universitari, professionisti di cui San Giovanni non manca) ha seguito e approvato il progetto? La riorganizzazione di uno spazio comune doveva essere preceduta da un dibattito e da un confronto sereno e democratico. Il Corso riguarda tutti, non solo una maggioranza (che poi sarebbe diventata minoranza). Invece è stato tutto deciso dall’alto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Spreco di soldi, e fine della storia.

 

Ora, tale questione si pone anche per la rivalutazione (e il risanamento) del centro storico. Attenzione a non lanciarsi in programmi festivalieri. La bellezza di un quartiere antico qual è quello che ha San Giovanni, paese non del rango di Venezia, per intendersi, ma neanche di San Gimignano, è la semplicità e la sobrietà. Niente murales, per favore! Rendiamo il centro abitabile, ripariamo i vicoli con le chjanche, ripuliamo i muri, uniformiamo gli infissi e i portoni: si diano regole chiare per il restauro degli esterni e degli interni, così come si danno in altri paesi d’Italia, e si diano facilitazioni per l’apertura di botteghe, esercizi commerciali, sedi culturali. Riportiamo nel centro storico l’aria vissuta e respirata per secoli dai nostri antenati, prima che arrivasse Padre Pio, quell’aria che probabilmente incantò anche Padre Pio.


 

Salvatore Ritrovato



Commenti
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Scritto da GIOforleo511 il 2009-09-13 10:04:41
Non fa una grinza, ma il problema è che fare ora. Rifare il corso, ripiantare gli alberi e abbattere la fontana mi pare un'ipotesi poco praticabile, anche perchè, a mio parere, ora le priorità dovrebbero essere altre (il PAI, per esempio).

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