E’ risaputo che durante le vacanze si ha
più tempo per notare alcune cose, atteggiamenti sociali sui quali nel correre
quotidiano si evita di soffermarsi a riflettere.
In questi giorni di ferie ho percorso più
di mille kilometri utilizzando auto, nave e in qualunque posto (luogo,
località) mi trovavo, sempre più spesso ho incontrato genitori, uomini, donne,
ragazzi, bambini che non hanno nessun rispetto per gli altri.
Avete mai preso un caffè al bar su un
traghetto che vi porta in Sardegna? Fare la fila alla cassa è una sfida a chi è
più furbo, una volta arrivati c’è il cassiere che pretende una decisione
scattante perché la sua pazienza è terminata prima di iniziare il suo turno di
lavoro. Arrivati al banco del bar ti aspetta un giovanotto con braccia tatuate
e taglio di capelli che sembra un giocatore di calcio finito male, ma la cosa
più antipatica è che ti sbatte quella tazzina di caffè sul banco senza degnarti
di un sorriso che ti fa dimenticare di essere in vacanza.
Non solo al bar o al supermercato, ma anche
nella sala d'aspetto del dottore o alla fermata del bus, sempre di più
l'educazione è latitante.
Quello che però mi da più fastidio è vedere
ragazzini o adolescenti non avere nessuna idea di che cosa significhi la parola
rispetto. Rifletto e non capisco di chi sia la colpa.
Cerco di distrarmi con la lettura di un
quotidiano e fra notizie di una politica sempre in crisi, distante dalla gente
e di gruppi di furbi vedo una foto di Bossi che saluta i giornalisti e fotografi
col dito medio. Chiudo il giornale per allontanare l’immagine di quel dito
medio che non capisco e accendo la televisione per vedere la finale dei
mondiali di calcio e mentre il pensiero di Bossi si attenua mia figlia mi fa
notare con una semplice domanda: Papà perché i giocatori sbavano? Cerco di dribblare la domanda con una certa
impreparazione, ma subito dopo prestando più attenzione all’immagine noto che
più volte i giocatori sputavano dopo un passaggio, a conclusione di un’azione
andata male. In casa ci diamo delle piccole regole, soprattutto il lavoro delle
maestre d’asilo hanno sempre dettato quelle elementari regole quali, non
gettare le carte per terra, bussare prima di entrare in una stanza, rispondere
ad un saluto, non dire parolacce…
Regole che sono state messe in dubbio da un
giocatore di calcio.
Spengo la tv e mi reco al parco per
allontanare, questa volta, mia figlia dallo sputo televisivo e seduto su una
panchina mentre l’altalena va, non capisco di chi sia la colpa.
Non voglio additare responsabilità
particolari, ma credo che molte colpe siano da imputare al nuovo modello di
famiglia italiana che chiudendosi sempre più a riccio non lascia più spazio al
dialogo con gli altri e quindi alla possibilità del confronto con il prossimo,
che si fonda prima di tutto sul rispetto di chi è diverso da me. Sono arrivato
alla conclusione che una delle negligenze più gravi della maggior parte delle
famiglie italiane sia quella di non sapere più educare, cioè saper tirare fuori
il meglio di sé dai propri figli. Non voglio qui fare distinzioni tra famiglia
etica e famiglia affettiva, ma quello che risulta evidente è che i genitori non
trasmettono più regole ai loro figli.
Quando questi entrano a scuola o al cinema
non concepiscono che, in un luogo diverso a quello familiare, ci siano delle
regole da rispettare. Non è necessario essere pedagogisti per osservare la
maleducazione di una società. Tutto è permesso, tutto è lecito. Così è
difficile far capire a un bambino che a scuola o in una stanza di ospedale,
dove qualcuno soffre, il cellulare va spento. E' difficile perché se non glielo
ha insegnato suo padre, quel bambino non lo capirà mai. E' difficile convincere
una ragazzina che a scuola è necessario un certo abbigliamento, perché se non
glielo spiega sua madre, di certo non lo può capire dal rimprovero di un
preside. Esempi simili ce ne sarebbero decine e decine. La maleducazione
significa perdita di valori portanti. E questo è un conto che la nuova società
fondata sul denaro, su false ideologie sta pagando. La maleducazione è la
frontiera della nuova inciviltà.
Berto
Dragano
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