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Inserito da Redazione   
lunedì 05 settembre 2011

Appuntamento al cinema“Pink Subaru”

Recensione di Carmela Fabricatrore





 

Pink SubaruElzober è un modesto cuoco di un sushi bar di Tel Aviv. Realizza il più grande desiderio della sua vita comprando l’automobile dei suoi sogni, una Subaru Legacy. L’evento è così importante che si festeggia e si danza per tutta la notte, insieme ad amici, parenti e vicini. Ma al mattino l’automobile è scomparsa, qualcuno l’ha rubata.

Il triste avvenimento causa profonda disperazione nell’animo di Elzober e innesca una serie di eventi a catena che vedranno protagonisti familiari, amici, criminali, maghe e ingegneri, tutti impegnati nel ritrovamento della Subaru rubata. Questa è la semplice trama di Pink Subaru, frizzante commedia d’esordio del regista giapponese Ogawa Kazuya.

Presentata nel 2009 al Torino Film Festival, la pellicola (indipendente e autoprodotta) riesce ad approdare nelle sale italiane solo quest’anno, sfidando coraggiosamente un circuito distributivo sempre più schiavo del mercato.

Le vicende sono ambientate in Israele e sul confine tra Israele e Palestina, ma non c’è nessun accenno a qualsivoglia guerra. Piuttosto, la trama è un valido pretesto per concentrare l’attenzione sull’interazione, il contrasto e la convivenza di culture diverse presenti in uno stesso luogo, senza fare particolari analisi, ma semplicemente soffermandosi con ironia e distacco sui tratti di ciascuna etnia.

Il Giappone ricopre in questo senso un ruolo fondamentale: giapponese è la Subaru, giapponese è la stravagante aiutante nel sushi bar di Elzober, giapponese è un ingegnere sbarcato per lavoro in Palestina e che incrocerà le strade dei protagonisti.

Dovremmo essere ormai abituati al Melting Pot globale, eppure è inusuale trovare nel calderone etnico un accostamento tra due culture così distanti tra loro, quali sono quella giapponese e quella mediorientale. L’effetto che ne deriva è senza dubbio interessante, a tratti spiazzante, come quando si sente risuonare tra le vie di Tel Aviv una versione giapponese di Que sera sera.

Seppure con qualche ingenuità tipica della gran parte delle opere prime, il regista riesce a confezionare un film piacevole, che, senza particolari ambizioni, guarda con libertà e leggerezza a certi comportamenti propri di alcune categorie di persone, cresciute nella semplicità e con pochi mezzi, abituate a lavorare sodo, per le quali la realizzazione di se stessi coincide con l’acquisto di un’automobile o con il concedersi una vacanza sul Mar Morto.

Il tutto senza fare la morale.

 

 

 

 

 

 

 

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