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giovedì 06 ottobre 2011

Appuntamento al cinema"This Is England"

Recensione di Carmela Fabbricatore


 





 

This Is EnglandSe c’è una cosa che gli inglesi portano dentro senza dimenticare, sono i terribili anni di Margareth Tatcher. Quelli della guerra delle Falkland, quelli della disoccupazione, degli scioperi violenti. Quelli degli skinhead nazionalisti e delle Dr. Martens.

Negli anni ’80, essere un ragazzino adolescente inglese di provincia non è facile: soprattutto se non sei ricco, se a scuola c’è sempre qualcuno più grosso di te pronto a pestarti e specialmente se tua madre non ti capisce. In un contesto così inospitale, allearsi con il più forte sembra essere l’unica chiave per la sopravvivenza e la tranquillità. Ed è quello che fa il piccolo Shaun, tredicenne orfano di padre, che si lascia trasportare nell’ambiguo e violento mondo skinhead senza alcuna esitazione. Perché lì si sente accettato, si sente una persona speciale.

Con il suo This Is England, Shane Meadows ci offre un crudo punto di vista sulla realtà suburbana inglese dei primi anni ’80, spesso contraddistinta da ferocia e brutalità gratuite. Gli occhi del piccolo Shaun diventano testimoni oggettivi di un ambiente violento, ma che sa farti sentire parte di una famiglia. Meadows è bravo, perché non si accolla l’ingrato compito di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ci lascia una zona grigia da analizzare e su cui riflettere: se anche il più spietato tra tutti piange per un amore non ricambiato o se il capo di una banda di teppisti difende un ragazzino dagli insulti altrui, come si può segnare una linea netta di demarcazione tra buoni e cattivi?

Punto di forza del film, la fedele ricostruzione di mode, ambienti e scenari. Persino la fotografia a tratti sfumata e sgranata, ricorda quella dei film a basso costo dell’epoca. I brani che compongono la colonna sonora aiutano a immedesimarsi nella storia, al punto che ben presto si dimentica di vivere ai nostri giorni e si viene proiettati indietro negli anni come se avessimo una macchina del tempo.

Spesso il tono smette di essere cinematografico e diventa documentaristico, segno che l’intento finale non era solo quello di raccontare una storia, ma di usare quella storia per dare uno sguardo d’insieme all’epoca e agli avvenimenti che l’hanno contraddistinta.

Il finale, additato da molti come didascalico e non all’altezza delle premesse del film, riesce comunque ad essere soddisfacente, sia grazie all’ottima interpretazione del piccolo Thomas Turgoose, sia perché omaggia Antoine Doinel (e tanti altri come lui) e questo non può che essere incluso tra i meriti.

 

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