L’8, 9 e 10 aprile la sua città ne celebra l’arte e la memoria a quarant’anni dal suo ultimo sipario
Novità?
amava dire sempre così …
In occasione del quarantesimo anniversario dalla scomparsa di Francesco Paolo Fiorentino, San Giovanni Rotondo si prepara a rendergli omaggio con tre serate dedicate alla sua memoria, alla sua opera e alla traccia profonda che ha lasciato nella coscienza culturale della comunità.
L’appuntamento è in programma nei giorni 8, 9 e 10 aprile al Cinema Palladino di San Giovanni Rotondo, dove andrà in scena uno spettacolo-omaggio costruito come un percorso tra scene tratte dalle sue commedie e momenti della sua vita, restituiti attraverso la forza evocativa del teatro e della memoria.
L’iniziativa rappresenta un’occasione preziosa per riscoprire un artista che, con la sua scrittura, con la sua visione e con la sua sensibilità, continua ancora oggi a parlare alla città. Francesco Paolo Fiorentino non è stato soltanto autore e interprete di un patrimonio teatrale significativo, ma una figura capace di trasformare la scena in racconto umano, osservazione sociale e riflessione profonda sui caratteri, le contraddizioni e le verità del suo tempo.
L’evento si terrà con ingresso su invito. L’apertura è prevista alle 20.30, mentre il sipario si alzerà alle 21.00.

Sarà dunque molto più di una semplice commemorazione: sarà un ritorno alla voce di un autore che, attraverso le sue opere, resta ancora presente e vivo nella memoria collettiva. Un modo per riconsegnare alla città una parte importante della sua identità culturale, riportando al centro un artista che seppe raccontare la realtà con originalità, intensità e libertà espressiva.
A rendere ancora più significativo questo anniversario è anche il valore affettivo e familiare che accompagnerà la celebrazione.

Sono affidate infatti al figlio Lio, anch’egli artista, le parole che richiamano il senso di continuità di un’eredità mai interrotta.
Il colore del ricordo, la voce dell’arte
di Lio Fiorentino
Dopo ben otto lustri continua l’opera culturale di Francesco Paolo Fiorentino attraverso gli “Artisti di Provincia” e il teatro dialettale. Tuttavia, sappiamo che Cecchino non era solo autore di commedie in vernacolo: era pittore e anche valente poeta.
Per il professor Cofano, docente di letteratura, filologia e critica dantesca, trattasi di uno dei più grandi commediografi pugliesi del novecento.
Al di là degli elogi, – “il più bravo”, “il più grande” – che lasciano il tempo che trovano, Francesco Paolo Fiorentino resta un punto saldo nella commediografia della nostra terra.
Nel lontano ’57 fondò il teatro a San Giovanni Rotondo con pochi mezzi di fortuna e attori reclutati per strada, un po’ come fece De Sica in “Ladri di Biciclette”, capolavoro del Neorealismo. È da questi grandi classici che Francesco Paolo Fiorentino traeva scritti comici che, a poco a poco, diventavano sempre più impegnativi con accenni a varie problematiche dei nostri tempi: la politica, l’alcolismo, l’abuso sessuale, l’incesto, le doppie vite, il conflitto genitori – figli ecc.
E poi ancora… la sete di denaro, la speranza per un mondo migliore e l’emarginazione sociale. Sono tutti temi attuali, che non si circoscrivono soltanto allo spazio – tempo in cui sono stati proposti.
Gli “Artisti di provincia” rappresentano, ancora oggi, l’idea di continuità ed evoluzione artistica delle commedie scritte da Francesco Paolo Fiorentino.

A queste si aggiunge oggi una testimonianza particolarmente intensa: la lettera scritta dalla figlia Tina Fiorentino, che pubblichiamo di seguito.
È un testo denso, colto, intimo e insieme universale, nel quale la figura di Francesco Paolo Fiorentino viene riletta non solo nel ricordo filiale, ma nella sua dimensione più alta di uomo di ricerca, di artista inquieto, di autore capace di attraversare parola, colore, satira, visione e pensiero. Nelle righe della figlia emerge il profilo di un padre che ha fatto dell’arte un incessante cammino verso l’oltre, una ricerca della verità mai pacificata, sempre viva, sempre tesa tra luce e ombra, tra realtà e mistero.
La lettera restituisce così alla comunità un ritratto profondo e partecipe, capace di far comprendere ancora di più quanto la sua opera non appartenga soltanto al passato, ma continui a generare riflessione, emozione e memoria.
Di seguito il testo integrale:
L’eredità di Francesco Paolo Fiorentino
di Tina Fiorentino
Il 9 Aprile 1986, lasciando le sue vestigia terrene Francesco Paolo Fiorentino, mio padre, consegnò a noi tutti l’eredità della sua perenne Ricerca. Come un volo d’angelo sceso sulla terra (forse di passaggio), ha saltato a piè pari la sua finitezza e d’emblée ha raggiunto la Terza Dimensione. Chissà dove e fino a quando.
Sulla sua terra ha attraversato la bruma incolore della Verità. L’ha osservata, l’ha percepita, a volte assaporandola a volte rifuggendola, in un continuum di lotta tra amore e timore. Ma l’ha sempre rappresentata. Con la Parola, con i suoi vividi Colori. Quasi ad alimentarla nel tentativo di renderla afferrabile. Visibile a tutti. Persino a coloro i quali non vivono l’Arte.
Una vita, la sua, di appassionato amore per la Ricerca. Una ricerca viva e forse molto più varia di quella proustiana. Infatti l’immenso Marcel Proust, lungo tutto il suo percorso artistico e di vita, ha ricercato il “Tempo perduto” attraverso la profonda riflessione dell’essere umano, come se ridisegnare il Tempo potesse dare un significato all’esperienza umana, attraverso l’intricato percorso della Memoria. Come se il “déjà vu” potesse offrire la chance di riavvolgere la pellicola e rivivere a ritroso.
Come le vite dei personaggi – protagonisti e non – nelle commedie di mio padre che si alternano nel variegato accavallamento di scene brillanti e provocatori. Gli emarginati, i derelitti i corrotti, i perbenisti e falsari di verità, ci ricordano incredibilmente gli oltre 2.000 personaggi che compaiono nel romanzo proustiano. Questi appartengono a diverse classi sociali (nobili, borghesi e servitori) osservati dall’infanzia alla maturità, attraverso la storia le interazioni che Proust creava idealmente con essi, rappresentando le loro forme di falso perbenismo nonché di snobismo: incontri mondani in vari salotti, villeggiature, spettacoli a teatro, visite a bordelli, etc etc.
Ed ecco l’inevitabile parallelismo che ritrovo con Francesco Paolo Fiorentino. La sua drammaturgia diventa “sociale” e persino solidale con l’uso di simboli marcatamente critici contro le restrizioni morali e sociali. L’amara ironia e la risata improvvisa rendono fruibile e veritiero il suo messaggio.
Messaggio che nel periodo pittorico tedesco di “Domande” ed in quello francese di “Ricerca”, è rappresentato attraverso l’osservazione degli accadimenti e delle vite intorno a lui. La sua rappresentazione onirica fluisce leggera e quasi tangibile (sulle tele e nelle commedie) grazie all’ausilio della satira e spesso facendo ricorso al senso del grottesco.
Mai ha smesso di scrutare l’Oltre della Nebulosa delle filosofie greche, latine e contemporanee (inevitabile l’accostamento alle opere dissacratorie di Wilde) per volare oltre il Mistero dell’Invisibile. Ma Egli dipingeva i suoi luoghi di luce e di ombre attraverso i demoni buoni della sua terra che assumevano mille e diverse forme. E li raccontava, li respirava vivendo senza sosta, dall’alba al tramonto, dal giorno alla notte rappresentando la Realtà. Scarnificata e riabbellita.
E oggi noi tutti osserviamo ancora i solchi dei suoi pennelli dai colori cangianti che danno alito a gnomi e giganti, fiere ammansite e paesaggi viventi. Volti camuffati dagli ingorghi delle forme, ma pur sempre riconoscibili.
Così come i pittoreschi personaggi che popolano le sue commedie diventano e restano delle icone di una vita semplice e silenziosa che ci offrono, ancora oggi, dei messaggi (amari ed allegri al tempo stesso) come antichi trovatori che la tradizione orale ci ha tramandato.
Il cammino di Francesco Paolo Fiorentino, essenzialmente artistico, è stato sempre illuminato dalla sua lucida Creatività e dalla sua ansia di Ricercare e codificare i messaggi dell’arte. Ha vissuto, a mio avviso, anche dei momenti in cui l’”Art pour l’Art” diventava il suo esclusivo alito vitale, così come i Parnassiani del XVIII secolo avevano auspicato. In effetti alcuni tratti/periodi della sua vita sono stati una esclusiva ricerca della Forma/Colore come esplosione del suo “Io”.
Mio padre scrivano e disegnatore (chi non ricorda i suoi ritratti schizzati alacremente e dati in dono con trasporto?) ha solcato le orme del dolore universale e lo ha fatto suo. Diventando il Poeta/Pittore del Surrealismo Cosmico. Sapeva forse che avrebbe vestito l’abito della umana sofferenza? Chissà.
Ha ascoltato il suo sguizzo di poeta che balzava dalla sua culla di emozioni ed ha sferzato colpi – come di cavaliere errante – per ricacciare nell’Oblìo la finitezza degli uomini. Ma, egli – Poeta Speranzoso – era un Narratore che ha lasciato a tutti noi il dono della sua “Veggenza”.

