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Opinioni

Una illustre opinione su quanto potrebbe presto accadere

16 Maggio 2010, 19:11


San Giovanni Rotondo NET - Stefano Rodotà“La legge che ordina il silenzio
stampa”


di
Stefano
Rodotà









Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel
testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un
mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un
colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una
erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo
diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la
libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il
controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della
magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura
come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che
si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei
diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se
viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di
tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata
di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti.
Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si
distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee
alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato
le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero
pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine
e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una
approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per
aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i
magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari,
sull’illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l’occhio
dell’informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal
malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile
dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione
che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest’ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla
prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più
presto. E questo è coerente con l’affermazione del presidente del Consiglio,
secondo il quale in Italia “c’è fin troppa libertà di stampa”. Quale migliore
occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?

Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza
dell’informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il
bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall’origine il
circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può
raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima
d’essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i
cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto
spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica
consapevole e reattiva.

Si arriva così all’infinito silenzio stampa, all’opinione pubblica impotente
perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto
delittuoso fino all’udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere
lontano anni dal momento in cui l’indagine era stata aperta. Che cosa
resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto “governo del popolo”,
ma pure governo “in pubblico”? In tempi di corruzione dilagante si abbandona
ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in
democrazia “la luce del sole è il miglior disinfettante”. Stiamo per essere
traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto
assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e
corruttori, di faccendieri e di veri criminali.

Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che
massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all’interno della società
un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie
impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili.
Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e
consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti
d’indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare.
Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di
mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili
pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad
un “turismo delle notizie”, alla pubblicazione su qualche giornale straniero di
informazioni “proibite” che poi rimbalzerebbero in Italia.

Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e
dei diritti. Dal diritto d’informazione in primo luogo, che non è privilegio
dei giornalisti, ma diritto fondamentale d’ogni persona, la premessa della sua
cittadinanza attiva, del suo “conoscere per deliberare”. Ce lo ricordano le
sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, dov’è sempre ripetuto che
“la libertà d’informazione ha importanza fondamentale in una società
democratica”. In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi
autori d’un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte
ha ritenuto che la notorietà della persona e l’importanza della vicenda
rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In
una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del
danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di
intimidazione che viola la libertà d’informazione: che cosa dovremmo dire
quando, da noi, il testo all’esame del Senato impugna come una clava le
sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli
Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e
libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema
che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la
superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione

Un velo d’ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il
benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È
l’opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo
quale veramente è. Nasce così un’anomalia culturale, prima ancora che
giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica,
e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari. Certo
la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno
ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non
è detto che rimanga inascoltata.

da micromega.net

 

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