Vergini da santificare, o Streghe da punire?

A cura della dottoressa Maria Erika Di Viesti
Psicologa clinica e della salute
Formata in Psicodiagnostica clinica e forense e Neuropsicologia clinica e riabilitativa
Non scrivo rivolgendo questo articolo per l’educazione del maschio. Che certe cose non si fanno, siamo grandi… lo sappiamo dai!
Mi rivolgo a voi donne. In termini psicologi, sociali, storici ecc. … ma soprattutto da donna.
Mi rivolgo ad un IO inconsapevole delle sue potenzialità.
Uomo/Donna: due mondi che si intersecano, due educazioni famigliari proiettate diversamente.
Da una parte la donna, da sempre, custode della prole e del focolaio (madre-Maria) contrapposta a quelle donne messe al rogo, le “streghe” (donna-Eva) tentatrici e distruttive, simbolo di anarchia, pensieri differenti ed indomabili.
Dall’altra, l’uomo, difensore del suo status, che ferma, in ogni modo, la donna che ha messo in discussione il suo “potere”.
Ma, mi chiedo: da dove nasce questa idealizzazione di onnipotenza e potere maschile?
Perché ancora ad oggi ci si rivolge al termine patriarcato?
Rispondo: la responsabilità è nella donna. Perché il potere e la centralità del maschio, l’educazione alla centralizzazione della figura dell’uomo viene proprio sostenuta ed “educata” da una donna (madre-figlio). È la donna che condanna un’altra donna ad una vita alla ricerca di una affermazione che verrà sempre smentita da un atteggiamento maschilista mascherato da paritario. Ad oggi si parla ancora di “ruoli”, di mansioni (!!): la donna chiede di essere aiutata nelle faccende domestiche. Non dovrebbe essere scontato farle entrambi? Ed è solo un bischero esempio.
Chi ha stabilito i ruoli? Chi ha disposto chi deve fare cosa? Altre donne. Che hanno innescato secoli e secoli di sudditanza e servilismo che oggi viene scambiato per normalità.
E se la donna chiede? È pesante.
E se la donna decide? È arrogante.
E se la donna si arrabbia? È isterica.
E se la donna cambia vita per salvarsi? È puttana.
Ed eccoci qui, dove nasce la violenza… nella paura della perdita dell’oggetto che chiede la propria autonomia. Violenza: risposta “innaturale” a quella dall’ego maschile riconosciuta come ribellione. Perché l’uomo si sente in diritto di ergersi a “educatore” della donna: si cerca di insegnare “l’amore” come abnegazione di sé stessa. E nelle situazioni disfunzionali, il rifiuto dell’abnegazione di sé diventa violenza che vorrebbe ridurre l’altro a oggetto nelle proprie mani. No, questo non ha nulla a che vedere con l’amore . È solo la sua distorsione patologica.
La violenza è un atto disperato di paura di perdere il controllo su ciò che ci si sente di possedere.
No, non è amore. L’amore è fare parte della libertà dell’altro.
Purtroppo oggi l’ideologia patriarcale ancora viene scambiata per sentimento.
“Mi fa del male?” – “Resto perché lo amo”.
“Mi tradisce?” – “Perdono, perché lo amo”.

Concludo con tre domande:
Perché molte donne ancora scelgono di restare attaccate alla fiamma che le ustiona?
Perché si cade ancora nella trappola di vedere l’uomo come bussola infallibile?
E in ultimo…Cosa vuol dire essere donna?

