La Finestra di Overton: come cambia ciò che ci sembra normale

A cura del dottor Antonio Pio Longo
Psicologo del lavoro e delle organizzazioni
Orientatore ASNOR, Formatore esperienziale, soft skills training specialist
Ci sono idee che, appena le sentiamo, ci sembrano assurde. Altre ci infastidiscono, altre ancora ci appaiono ragionevoli. E poi ce ne sono alcune che non percepiamo nemmeno più come “idee”: ci sembrano semplicemente normali.
Ma ciò che consideriamo normale può cambiare. Comportamenti e convinzioni un tempo impensabili possono diventare oggetto di discussione, poi essere accettati e infine entrare nella quotidianità. E naturalmente può accadere anche il contrario.
Questo processo viene spesso descritto attraverso la Finestra di Overton, concetto che prende il nome da Joseph P. Overton. In origine indicava l’insieme delle politiche considerate accettabili dall’opinione pubblica in un determinato momento storico. Ma la metafora è interessante anche dal punto di vista psicologico, perché solleva una domanda: come fa qualcosa che ieri ci sembrava inconcepibile a sembrarci normale domani?
Una parte della risposta riguarda l’influenza sociale. Tendiamo a pensare alle nostre opinioni come al risultato di ragionamenti individuali, ma per orientarci osserviamo continuamente anche gli altri. Ciò che viene detto, fatto e approvato dalle persone intorno a noi contribuisce a definire ciò che percepiamo come normale.
Conta anche la familiarità. In psicologia è noto il cosiddetto mere exposure effect, l’effetto della mera esposizione: incontrare ripetutamente uno stimolo può renderlo più familiare e modificare il modo in cui lo percepiamo. Questo non significa che basti ripetere un’idea per convincerci che sia vera. Significa però che qualcosa che inizialmente ci appariva estraneo, dopo molte esposizioni, può perdere parte della sua capacità di sorprenderci. Possiamo continuare a essere contrari, ma quell’idea è ormai entrata nel nostro paesaggio mentale.
Anche la percezione del consenso ha un peso. Non sappiamo realmente cosa pensa “la maggioranza”: ne ricaviamo un’impressione osservando amici, colleghi, social network, giornali e personaggi pubblici. Ma ciò che è molto visibile non è necessariamente molto diffuso. Un’opinione minoritaria può sembrarci dominante semplicemente perché la incontriamo continuamente. E ciò che crediamo pensino gli altri può, a sua volta, influenzare ciò che siamo disposti a considerare accettabile.
C’è poi il confronto. Una posizione che oggi ci sembra estrema potrebbe apparirci più moderata se domani ne comparisse una ancora più radicale. Non è cambiata l’idea: è cambiato il punto di riferimento con cui la confrontiamo. Anche i confini di ciò che consideriamo ragionevole, quindi, sono in parte relativi.
Attenzione, però, a non trasformare la Finestra di Overton in una sorta di formula segreta per manipolare le masse. Il concetto descrive soprattutto il fatto che lo spazio delle idee considerate accettabili può cambiare nel tempo. Non dimostra che dietro ogni trasformazione culturale esista qualcuno che l’abbia pianificata. Le società cambiano per moltissime ragioni: eventi storici, innovazioni, movimenti sociali, trasformazioni economiche, nuove conoscenze e cambiamenti generazionali.
Forse è proprio questo l’aspetto psicologicamente più interessante della Finestra di Overton: ci ricorda che persino la nostra idea di “normalità” dipende, almeno in parte, dal contesto in cui viviamo.
Per questo, quando qualcosa comincia improvvisamente a sembrarci ovvio, può essere utile chiederci: “Sono cambiate le ragioni per cui lo considero giusto oppure mi sono semplicemente abituato a vederlo, sentirlo e incontrarlo?” Non è la stessa cosa.
Perché anche ciò che chiamiamo “normale” ha una storia. E conoscerne i meccanismi ci aiuta a distinguere ciò che pensiamo perché abbiamo buone ragioni per pensarlo da ciò che, semplicemente, abbiamo imparato a considerare normale.

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