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Cultura e spettacolo

L’Expo Arte dei Due Mari ospita “Terra a mare” di Salvatore Marchesani

L’opera nata nel cuore del Gargano interpreta il rapporto tra uomo e ambiente

Nuova tappa espositiva per Salvatore Marchesani. Il pittore sangiovannese, che lo scorso settembre aveva partecipato alla prima Biennale di Messina, torna a esporre nello Stretto in occasione dell’Expo Arte dei Due Mari 2026. La manifestazione multidisciplinare, quest’anno incentrata sul tema generale “Connessioni”, si svilupperà dal 26 settembre al 25 ottobre tra Messina e Reggio Calabria.

L’edizione 2026 approfondisce in particolare il sotto-tema “Ecocompatibilità. Verso un equilibrio possibile”, invitando a una riflessione sul rapporto tra uomo, arte e ambiente.
In questa cornice si inserisce il lavoro di Marchesani, l’opera polimaterica su multistrato dal titolo “Terra a mare” (93×50 centimetri), che sarà collocata all’interno del percorso espositivo allestito presso i locali della Pinacoteca Civica messinese.

Il dipinto interpreta la sostenibilità non come un concetto astratto, ma come una sintonia materiale con l’ambiente, legandosi direttamente alla terra d’origine dell’autore.

È lo stesso Marchesani a raccontare la genesi e la ricerca espressiva racchiuse nella tela: «L’opera nasce nel cuore e nell’entroterra del Gargano. Si tratta di un territorio emblematico, situato proprio sul confine fluido tra terra e mare. “Terra a mare” è introspezione del paesaggio fra terra vera, organica, arata per millenni fra uliveti, mare e cieli. Il dipinto è un paesaggio “estratto” concettuale, onirico, interiore. Cerco, con l’utilizzo di pennelli, spray, colori, terre e conchiglie, di raccontare ciò che il paesaggio dona».

Il quadro rimarrà in esposizione per l’intera durata della kermesse d’arte contemporanea, che trasformerà temporaneamente diverse zone delle due città costiere in un museo diffuso.

A delineare la visione artistica e l’ispirazione che guidano la produzione dell’autore è la professoressa Antonietta Notarangelo. Di seguito si propone integralmente la nota critica che rilegge il legame tra la pittura di Marchesani, il tempo e il paesaggio degli ulivi garganici.

Ulivi

Con quella chioma di un verde lattiginoso gli ulivi non cambiano mai. Non aggiungono fronde su fronde, non forniscono quell’ombra fitta che rabbuia; piuttosto, sembra che amino ‘giocare’ col sole consentendo ai raggi di insinuarsi tra i rami sgraziati e le foglie coriacee. Enormi nella mole, questi alberi secolari rifuggono i ritmi febbrili del tempo umano, eludono l’incombenza di ogni presente e insegnano la lentezza e la quiete che hanno appreso dagli dei.
Il loro tronco contorto non è il frutto di un malaccorto mastro d’ascia, è l’effetto del tempo che si sedimenta nelle crepe ove giacciono le tempeste sedate e le leggende.
Schierati nei lunghi filari e distanti l’uno dall’altro, gli ulivi si attorcigliano su se stessi mentre seguono la scia della luce e resistono alle intemperie e si lasciano sferzare dal vento. Nel silenzio polveroso dei campi gli stanchi giganti grigi appaiono protesi verso l’alto e pronti al cammino, nonostante si addica loro la fissità più che il movimento. Solo pochi filamenti radicali si allungano fino a solleticare il cuore della Terra da cui traggono le irregolarità e le fenditure che l’impercettibile movimento della rotazione terrestre modella nel tronco dell’ulivo. 
Di più: le incisioni nella scorza narrano i tempi in cui l’uomo intendeva la lingua degli dei che, con i doni e con i gesti, siglavano patti con l’uomo: tutto questo è detto nel Libro degli ebrei a cui Dio aveva insegnato il valore sacramentale dell’olio; nel patto che aveva spinto Atena a far germogliare l’ulivo dall’asta della sua lancia; o in quello di Iside con gli egizi cui voleva insegnare come coltivare e usare l’ulivo.
Vien fatto di pensare che l’ulivo, celebrato da ogni leggenda come sacro e come dono divino, sappia di cosa era fatta l’eternità rifiutata da Adamo; che sappia come si praticano la pace e la guerra; che sappia il perché della contiguità tra infinito e caducità, tra vita e morte, tra storia e memoria.
Leggende…, si dice.
E tuttavia è l’origine divina di un dono a creare suggestione, a rivestire di simboli il reale da cui derivano le speculazioni filosofiche, le astrazioni, i racconti, le raffigurazioni. Le storie sono fatte di fantasmi e bugie, di cose vere e di ombre, sono fatte per sconfiggere l’oblio. 
Quanti gli artisti che ne hanno subito il fascino nel corso dei secoli? 
Sono molti e ad ogni latitudine, ciascuno inseguendo ora i dettami della moda o della tradizione, ora trasfigurando o reinterpretando le forme, ora figurandosi i riservati ulivi che, come gli uomini,piangono di notte. 
Paesaggio, movimento, i volteggi del vento, i colori della terra, sono i capitoli basilari dell’arte figurativa; sono termini che si attagliano bene all’arte di Salvatore Marchesani che sa ascoltare il rumore degli ulivi e sa leggere l’attesa del lungo fluire del tempo attraverso le stagioni. 
Non tutti […] vedono le stesse cose: la veduta dipende dallo sguardo diceva Alda Merini, e in pittura accade che lo sguardo veda l’oltre e l’altrove. Accade se la presenza lenta di un tronco antico distoglie lo sguardo dai rami che il capriccio espande in direzioni inaspettate; accade se il pensiero si immerge nel tempo sospeso dell’immaginario che dimora nel subconscio con molte radici contorte: accade quando Salvatore Marchesani muove il pennello sulla tela e rende materica la sua pittura, onirico il paesaggio. 
È una natura tutta ‘sua’ quella in cui compatta le chiome dei venerabili ulivi nodosi (come li chiamava van Gogh) che recano ancora il profumo della spremitura; è una natura tutta sua quella in cui seziona i tronchi annosi che, senza riaggregare in un collage, dispone su piani diversi moltiplicando i filari. 
E tutta sua  è la natura che tinge le piante dei colori dell’aria, del fuoco, dell’inconscio o quella che disegna l’apparato radicale degli ulivi trasformati in ricami. 
Non bisogna copiare la natura ma conoscerla, diceva van Gogh mentre creava la ‘sua’ natura.
E Marchesani pare aver appreso bene questa lezione, non solo per aver carpito agli ulivi il filo invisibile che unisce terra, tempo e cultura, ma per aver tratto dagli alberi capacità d’espressione e, con un uso arbitrario del colore, una idea di natura molto intima. 
In sostanza Marchesani, in laboratorio o en plein air, dipinge la visione interiore della natura che egli stesso carica di senso per poterla narrare.


L’esposizione di “Terra a mare” a Messina si conferma così non soltanto una vetrina di prestigio per Salvatore Marchesani, ma anche un’importante occasione per raccontare l’identità del Gargano e il suo patrimonio naturale fuori dai confini locali, attraverso il linguaggio universale dell’arte contemporanea

SoniaRitr


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