Lasciare andare, restando vicini

A cura della dottoressa Maria Erika Di Viesti
Psicologa clinica e della salute
Formata in Psicodiagnostica clinica e forense e Neuropsicologia clinica e riabilitativa
Quando i figli crescono e partono, cambia la distanza tra loro e i genitori. Ma può cambiare anche il modo di volersi bene.
Settembre porta con sé nuovi inizi: quaderni da riempire, porte che si riaprono, progetti che prendono forma. Per alcune famiglie, però, è anche il mese delle valigie preparate in fretta, delle stanze che si svuotano e dei primi saluti davanti a una stazione, a un aeroporto o alla porta di casa. Sono i figli che partono per l’università, verso una città nuova, una maggiore autonomia, una vita ancora tutta da scoprire. E mentre loro si preparano ad andare, anche i genitori si trovano ad affrontare un passaggio importante. Perché vedere un figlio partire non significa soltanto accompagnarlo verso una nuova esperienza: significa, in qualche modo, incontrare una nuova versione di sé come genitore. Quando un figlio cresce, infatti, non cresce soltanto lui. Cambia anche la relazione che lo lega a chi lo ha accompagnato fin lì.
Il mondo emotivo di chi resta e di chi parte
Per un genitore, la partenza di un figlio può portare con sé emozioni apparentemente contrastanti: orgoglio, felicità, tenerezza, ma anche malinconia, preoccupazione e un senso di vuoto difficile da nominare. La casa può sembrare improvvisamente più silenziosa. Le abitudini quotidiane, prima date per scontate, acquistano un significato diverso. Ci si può scoprire a controllare il telefono più spesso, ad aspettare un messaggio, a chiedersi se il figlio abbia mangiato, se sia arrivato bene, se si senta solo. A volte, dietro queste preoccupazioni, si nasconde una domanda più profonda: «Se non sono più necessario come prima, qual è adesso il mio posto nella sua vita?» È una domanda comprensibile. Per anni, essere genitore ha significato organizzare, proteggere, accompagnare, intervenire. Ora il compito si trasforma: non si tratta più soltanto di esserci per evitare che accada qualcosa, ma di imparare a esserci anche quando non si può controllare tutto.
Per il figlio, invece, la partenza può rappresentare contemporaneamente una conquista e una sfida. Desiderare indipendenza non significa essere pronti a tutto, così come sentire la mancanza di casa non significa non essere capaci di vivere lontano.
Un ragazzo o una ragazza possono desiderare di sperimentarsi nel mondo e, nello stesso tempo, avere bisogno di rassicurazioni, di una telefonata familiare, di sapere che esiste un luogo in cui poter tornare emotivamente, anche senza tornare fisicamente. Autonomia e bisogno di vicinanza non sono necessariamente opposti. Possono convivere, soprattutto nei momenti di cambiamento.
È importante quindi trovare un equilibrio tra autonomia e legame: accompagnare un figlio a diventare adulto non significa interrompere la relazione, ma trasformarla.
La relazione si costruisce molto prima della partenza
Per comprendere ciò che accade in questo momento, può essere utile fare un passo indietro.
Il rapporto tra genitori e figli non nasce nell’adolescenza, quando compaiono le prime opposizioni, le richieste di privacy o il desiderio di prendere decisioni autonome. Si costruisce giorno dopo giorno, fin dai primi anni di vita, attraverso esperienze ripetute di vicinanza, ascolto, protezione e risposta ai bisogni emotivi. Un bambino che trova un adulto capace di accogliere il suo disagio, di porre limiti senza umiliarlo e di riconoscere le sue emozioni può sviluppare, nel tempo, una maggiore fiducia nella relazione e nelle proprie capacità. Non significa che non proverà paura o insicurezza, ma che potrà imparare a cercare sostegno senza rinunciare a esplorare il mondo.
Al contrario, quando la relazione è frequentemente caratterizzata da svalutazione, imprevedibilità, controllo eccessivo o difficoltà ad accogliere la separazione, può diventare più complicato distinguere il bisogno di protezione dal bisogno di autonomia.
Questi processi non determinano in modo rigido il futuro: ogni relazione può evolvere, riparare le proprie difficoltà e trovare modalità nuove. Non esistono genitori perfetti, né famiglie prive di conflitti. Ciò che conta è anche la possibilità di riconoscere gli errori, tornare in relazione e costruire nel tempo una fiducia reciproca.
Durante l’adolescenza, questo equilibrio viene particolarmente messo alla prova. Il figlio ha bisogno di differenziarsi, sperimentare le proprie idee, contestare alcune regole e costruire un’identità personale. Il genitore, dal canto suo, deve imparare a tollerare una quota crescente di incertezza senza interpretare ogni distanza come un rifiuto. Talvolta, dietro un «Lasciami stare», può esserci il tentativo di conquistare uno spazio personale, non necessariamente il desiderio di allontanarsi affettivamente. E dietro l’insistenza di un genitore può esserci un’autentica paura, anche quando il modo di esprimerla rischia di diventare intrusivo. Comprendere queste dinamiche non significa giustificare ogni comportamento, ma provare a leggerlo con maggiore consapevolezza.
Come attraversare questo passaggio senza perdersi di vista
Non esiste una formula valida per tutte le famiglie. Esistono, però, alcune attenzioni che possono aiutare genitori e figli ad affrontare questa fase con maggiore serenità.
- Dare un nome alle emozioni.
Un genitore può riconoscere la propria nostalgia senza sentirsi debole o colpevole. Un figlio può ammettere di avere paura senza sentirsi meno adulto. Riconoscere un’emozione non significa lasciarsene dominare: significa iniziare a comprenderla.
- Comunicare senza trasformare la preoccupazione in controllo.
Un messaggio per sapere come va può essere un gesto di vicinanza; una sequenza continua di richieste e verifiche può essere vissuta come un’invasione. È utile concordare modalità di contatto che rispettino i bisogni di entrambi.
- Lasciare spazio alla possibilità di sbagliare.
L’autonomia si sviluppa anche attraverso tentativi, imprevisti e piccole frustrazioni. Essere presenti non significa risolvere ogni problema al posto del figlio, ma aiutarlo a riconoscere le proprie risorse e a chiedere aiuto quando ne ha bisogno.
- Non chiedere ai figli di rassicurare continuamente i genitori.
Frasi come «Non so come farò senza di te» o «Dopo tutto quello che ho fatto per te» possono, anche senza intenzione, far sentire un ragazzo responsabile del benessere emotivo dell’adulto. È possibile esprimere la mancanza senza trasformarla in un peso da portare.
- Coltivare una vita che continui ad avere significato.
La partenza di un figlio può invitare il genitore a riscoprire spazi personali, relazioni, interessi e progetti. Non per riempire frettolosamente il vuoto, ma per ricordare che la propria identità comprende anche dimensioni diverse dalla genitorialità. E, soprattutto, può essere prezioso mantenere aperto un dialogo in cui non sia necessario mostrarsi sempre forti, riconoscenti o rassicuranti. A volte basta poter dire: «Mi manchi, sono felice per te e sto imparando anch’io ad abituarmi a questo cambiamento».
Crescere insieme, anche quando ci si allontana
Forse uno degli aspetti più delicati della genitorialità è proprio questo: imparare che amare non significa trattenere, così come lasciare andare non significa smettere di esserci.
Il legame non perde valore quando cambia forma. Naturalmente, ogni famiglia vive questi passaggi secondo la propria storia. Per alcuni la separazione sarà un’esperienza attesa e serena; per altri potrà riattivare paure, conflitti o vissuti di perdita più complessi. Non è necessario minimizzare queste difficoltà, né interpretarle automaticamente come un segnale di fragilità. È importante, piuttosto, riconoscere quando la sofferenza diventa persistente, interferisce con la vita quotidiana o rende particolarmente difficile rispettare l’autonomia dell’altro: in questi casi, uno spazio di ascolto psicologico può aiutare a comprendere ciò che si sta vivendo.
Con questo articolo si apre un percorso dedicato alla psicologia delle relazioni familiari: uno spazio per esplorare ciò che accade tra genitori e figli, i bisogni che si incontrano e talvolta si scontrano, gli schemi relazionali che si costruiscono nel tempo e le possibilità di trasformarli. Perché crescere non è un movimento che riguarda soltanto i figli. È un processo che coinvolge tutta la famiglia.
E forse, quando a settembre una porta si chiude alle spalle di un figlio che parte, il compito del genitore non è impedire che quella porta si chiuda, ma aiutarlo a sapere che, oltre quella soglia, potrà continuare a camminare con fiducia.
Anche lontano da casa, senza essere lontano dall’amore.

Vi ricordiamo che da questa edizione la rubrica apre un canale diretto con i propri lettori.
Per proporre tematiche da trattare o sottoporre quesiti specifici scrivete all’indirizzo email della Redazione (redazione@sangiovannirotondonet.it), avendo cura di indicare Virtual…Mente nell’oggetto del messaggio. Le risposte verranno elaborate dai professionisti del team in stretta aderenza alle rispettive aree di specializzazione, all’interno di approfondimenti dedicati.
















