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Opinioni

Altri spunti… sul Crocifisso

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San Giovanni Rotondo NET - Crocifisso“Ma di che ci
lamentiamo”

 

di Gennaro Palladino










E’ ormai da quasi dieci anni che ci provano
e finalmente hanno raggiunto lo scopo .E cosa è successo in questi ultimi anni?
Diciamo subito che mentre si è costituita una Europa monetaria non siamo riusciti a far entrare nella Carta
Europea le radici cristiane dell’Europa che ci avrebbe accomunati in una storia che ha fatto del cristianesimo
il punto focale intorno cui l’Europa si è definita.

E ricordo
i continui richiami di Papa Giovanni
Paolo II

 a “non
dimenticare le radici storiche e culturali che hanno modellato l’Europa in
questi secoli, attraverso le quali la linfa vitale che ha alimentato la società
è costituita essenzialmente dai valori religiosi e cristiani “
. Quante cose da “cristiani”
sono state fatte in questi ultimi anni:occupazioni militari, guerre, stragi devastazioni
ambientali,epidemie e politiche di sopraffazione e di ulteriore impoverimento
dei paesi del terzo mondo…… Abbiamo permesso la persecuzione ed il martirio
di tanti cristiani nel mondo; abbiamo tutti collaborato alla scristianizzazione
nella nostra società con modelli educativi immorali come immorali sono tuttora
i comportamenti di tante personalità politiche, militari, perfino religiose
.Siamo cristiani all’acqua di rose irrisi di grossa ipocrisia anche oggi nel
voler difendere a tutti i costi un  crocefisso che sentiamo  semplicemente come un simbolo della tradizione
svuotandolo del vero valore religioso. Condivido molto l’opinione di Francesco
Alberoni sul Corriere della Sera del
9/11 e vi invito a leggerlo:

La storia, i simboli e i divieti
Se l’utopia cancella la libertà
 I
giudici di Strasburgo hanno proibito l’esposizione del crocifisso nelle scuo­le.
Alla Turchia proibirebbero la mezzalu­na e a Israele la stella di Davide. E già
qualcuno chiede di sopprimere il Natale e, con la stessa logica, Yom Kippur e
Ra­madan. Tutto nel nome della laicità dello Stato. Ma nel mondo moderno lo
Stato non è solo quello centrale. Sono «Stato» anche le regioni, i comuni, le
comunità autonome, le associazioni religiose e cul­turali a cui, per il
principio di sussidia­rietà, sono delegate funzioni pubbliche. In un’Europa
multietnica e multireligio­sa sono importantissime le vecchie nazio­ni e le
formazioni che vivono attorno a valori, norme, simboli tradizionali. Proi­bire
i loro simboli perché irritano, turba­no, danno fastidio a un individuo qualsi­asi,
significa impedire a intere comunità di continuare a essere se stesse, negare
il pluralismo. La storia ci dice che il pluralismo vie­ne negato da tutti
coloro che vogliono di­struggere il passato per realizzare una utopia. Gli
spagnoli hanno annientato le civiltà precolombiane, la Rivoluzione francese ha
cambiato persino il nome agli anni e ai mesi. I comunisti sovietici hanno
imposto l’ateismo. Negli Stati to­talitari islamisti vieni arrestato se mo­stri
una Bibbia o un Vangelo. L’utopia porta al totalitarismo.Questo vuol dire che i
filosofi, i giuri­sti dei diritti dell’individuo hanno una mentalità
totalitaria ? Se vogliono realiz­zare l’utopia di impedire che qualsiasi in­dividuo
possa essere turbato dal compor­tamento reale o simbolico di qualsiasi al­tro
sì. Per accontentare tutti devono proi­bire tutto: gli usi, i costumi, i
valori, per­fino le lingue degli altri popoli. Mentre i grandi imperi persiano,
romano, inglese lasciavano vivere i culti, le tradizioni e le lingue locali, i
nostri utopisti sono spieta­ti. Non solo sulle dimensioni dei piselli e delle
arance, ma sui simboli religiosi e persino sul linguaggio. In certi Paesi non
puoi dire «sesso» ma devi dire «genere» perché qualcuno si offende. Dopo un
totalitarismo giacobino, marxista, nazista e musulmano potreb­be nascere un
totalitarismo eurocratico. Sbandierando le sue promesse utopiche, distrugge le
istituzioni del passato e im­pone il suo potere. Ammaestrati dalla storia,
cerchiamo di impedire che acca­da, restiamo vigili e diffidenti. Siamo eu­ropei,
ma per favore, conserviamo le no­stre tradizioni, il nostro linguaggio, sì,
perfino le nostre debolezze, i nostri pre­giudizi. E se ci impongono a forza
qualco­sa, diciamo di no.

  


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