L’aumento dei tetti non è un finanziamento, ma la potenziale elevazione delle prestazioni da produrre
Le dichiarazioni dell’assessore regionale alla Sanità, Raffaele Piemontese, rilasciate nei giorni scorsi al termine dell’incontro in Prefettura sulla vertenza che coinvolge la Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza, rendono necessaria una precisazione di merito, nel rispetto del ruolo istituzionale dello stesso assessore, ma anche della correttezza dell’informazione.
Oltre che nelle dichiarazioni a caldo, anche in un successivo comunicato regionale si afferma che la Regione Puglia avrebbe “finanziato” Casa Sollievo della Sofferenza con circa 15 milioni di euro in più all’anno, attraverso la sottoscrizione di un contratto triennale 2025–2027 che innalza il tetto complessivo fino a 265 milioni di euro.
Così formulata, però, questa affermazione rischia di generare un equivoco. È infatti essenziale distinguere tra finanziamenti e limiti massimi di remunerazione delle prestazioni sanitarie.
Il contratto triennale sottoscritto nel giugno 2025 non introduce finanziamenti aggiuntivi in senso proprio, né prevede trasferimenti automatici di risorse. Esso definisce invece i tetti massimi entro i quali possono essere remunerate le prestazioni effettivamente da produrre, secondo il tariffario vigente.
In altri termini, le somme richiamate non rappresentano risorse assegnate “tout court”, ma valorizzazioni potenziali, subordinate alla reale capacità della struttura di erogare attività sanitaria. In termini spiccioli: se non fai le prestazioni nessuno ti dà nulla.
Ben conoscono queste dinamiche di budget il direttore del Dipartimento Salute della Regione Puglia, Vito Montanaro, presente all’incontro in Prefettura insieme ad alcuni dirigenti regionali collegati da remoto, essendone gli effettivi estensori dei contratti.
Va inoltre chiarito un punto centrale del dibattito pubblico: il contratto e la possibilità di elevazione dei tetti non costituiscono un privilegio riservato a Casa Sollievo della Sofferenza (messaggio che è passato, invece). La Regione Puglia ha infatti adottato un modello contrattuale uniforme per tutti e tre gli enti ecclesiastici accreditati (“Miulli” di Acquaviva delle Fonti e “Card. Panico” di Tricase), nell’ambito di una scelta di sistema finalizzata alla programmazione dell’offerta sanitaria regionale.
In questo quadro, l’innalzamento dei tetti non va letto come una concessione alla singola struttura, ma come uno strumento di governo dei volumi di attività, utile e soprattutto necessario alla Regione Puglia per garantire l’accessibilità dell’offerta e il rispetto dei tempi di attesa, come espressamente richiamato nel contratto.
Un ulteriore elemento spesso trascurato riguarda la composizione di quello che viene definito “maggior finanziamento”. Una quota delle somme incluse nel contratto è legata alla remunerazione delle prestazioni tempo-dipendenti, ossia attività sanitarie ad elevata complessità e continuità assistenziale, che richiedono la presenza di strutture e servizi operativi h24.
Anche in questo caso, però, non si tratta di risorse erogate a prescindere: le prestazioni tempo-dipendenti sono remunerate solo se effettivamente garantite, e comportano per la struttura costi certi e anticipati, in particolare costi del personale, oltre a costi per servizi, utenze e beni di consumo.
Il nodo critico rimane dunque strutturale: le tariffe di remunerazione delle prestazioni sanitarie sono ferme da oltre dodici anni, mentre i costi di gestione sono cresciuti in modo significativo (costo del personale in primis).
In questo contesto, aumentare i volumi di attività o ampliare il perimetro delle prestazioni tempo-dipendenti non equivale automaticamente a migliorare la sostenibilità economica; al contrario, in assenza di una celere liquidazione di tali prestazioni, può determinarsi un aggravio dell’esposizione finanziaria.
Per questo motivo, definire l’innalzamento dei tetti come un “finanziamento” rischia di essere una semplificazione fuorviante. Si tratta invece di una scelta di programmazione sanitaria che risponde a esigenze pubbliche, ma che trasferisce integralmente sulle strutture erogatrici l’onere economico della produzione aggiuntiva.
La vertenza in corso a Casa Sollievo della Sofferenza, con la convocazione in Prefettura, le posizioni ferme dell’azienda e gli scioperi annunciati dalle organizzazioni sindacali, nasce proprio da questo squilibrio: da un lato l’aumento della possibilità di produzione sanitaria e di servizi tempo-dipendenti, dall’altro l’assenza di un sistema di remunerazione coerente e soprattutto allineato con i costi reali.
Casa Sollievo della Sofferenza è, come riconosciuto dallo stesso assessore Piemontese, un presidio essenziale del sistema sanitario pugliese. Proprio per questo, il confronto non può essere ridotto a slogan sul “finanziamento”, ma deve affrontare con realismo il tema della sostenibilità complessiva del modello di sanità regionale che non può prescindere, nell’assicurare i servizi sanitari ai cittadini, dalla presenza e dall’azione sul territorio regionale degli enti ecclesiastici accreditati.
Solo così sarà possibile tutelare insieme il diritto alla salute dei cittadini, la dignità del lavoro di chi ogni giorno rende possibile l’assistenza sanitaria e la tenuta economica delle strutture accreditate.
Quanto sopra è esposto senza alcun intento polemico nei confronti dell’Assessore ma esclusivamente come approfondimento di merito: in una fase così delicata, la correttezza dei termini e la ponderazione delle parole sono essenziali.
Giovanni Piano

