Cronistoria di una Comunità che cerca se stessa
La campagna elettorale è finita. È stata breve, intensa, a tratti rumorosa. Come sempre accade quando una comunità sente che qualcosa deve cambiare e non ha ancora capito bene in quale direzione andare.
Ha vinto Floriana Natale. E prima di tutto il resto, va detto con chiarezza: gli elettori hanno sempre ragione. Anche quando il loro verdetto non coincide con le nostre attese. Senza questa premessa, qualsiasi analisi rischia di diventare solo un alibi.
Il primo turno ha consegnato alla città una sfida inedita: tutta al femminile. Floriana Natale in testa con 5.026 voti, il 35%. Rossella Fini subito dietro con 4.925 preferenze, il 34,30%. Una manciata di voti a separarle, quasi una parità.
Giuseppe Siena si è fermato al 22%, 3.189 voti. Un risultato straordinario che non ha portato alla vittoria né al ballottaggio, ma che racconta qualcosa di preciso: un consenso costruito senza grandi reti di apparato, poche risorse, senza investiture calate dall’alto, radicato nel territorio e nella credibilità personale.
I cittadini lo hanno scelto per quello che è, un professionista, una biografia solida, guardando avanti, alla sua maturità, non indietro. Hanno scelto le regole, non i cambi di rotta. Quel 22% non è un numero da archiviare ma una direzione che indica qualcosa per il futuro centrosinistra di San Giovanni Rotondo.
Rossella Fini ha avuto il coraggio di imbarcarsi in una corsa difficile. Ha portato al ballottaggio l’intera architettura del campo largo, ha tenuto insieme sigle, storie, equilibri e apparati. Eppure proprio guardando quella formula, una domanda resta aperta: con tutta quella rete, ci si poteva aspettare qualcosa di più di un testa a testa al primo turno. Al ballottaggio i cittadini hanno poi scelto diversamente, premiando chi non portava con sé il peso di lacerazioni interne nate mesi prima e mai davvero rimarginate. In politica il tempo è tutto. E i cambi di rotta frettolosi lasciano tracce che gli elettori sanno leggere perfettamente.
Nel quadro del primo turno vanno letti anche altri due segnali. Roberto Cappucci, con Rifondazione Comunista, ha scelto di correre da solo raccogliendo 807 preferenze: un atto di autonomia consapevole, dopo un’esperienza precedente che aveva lasciato il segno. Non è un risultato da liquidare, è il voto di chi ha cercato una posizione netta, senza compromessi. Domenico Longo, detto Mimmo, con 412 voti ha invece portato in campo un dissenso interno alla destra, una voce critica verso il centrodestra di Natale che pure ha vinto. Anche questo è un segnale che racconta una politica locale disgregante, e chi lo ignora paga prima o poi il prezzo.
Il dato che fa più male è un numero che in pochi considerano. C’è un numero che sovrasta tutto il resto, silenzioso e ingombrante: il 30% dei cittadini non è andato a votare.
È un dato che deve pesare sulla coscienza civile collettiva. Il voto non è un adempimento sacrificabile, è lo strumento più concreto che abbiamo per incidere sul futuro comune. Eppure sembra che quella sacralità si sia smarrita.
Lo scrutatore non votante, che nel brano straordinario di Samuele Bersani, ci ricorda che non è solo chi non si reca fisicamente al seggio. È anche chi preferisce l’ombra alla posizione netta, chi consuma la politica al bar o sui social riducendola a sfogo, chi delega agli altri il futuro pensando: “l’importante è che facciano anche i miei interessi.” È il trionfo dell’individualismo a scapito del bene comune.
San Giovanni Rotondo ha una capacità quasi scientifica di disperdere risorse, idee e persone. Si moltiplicano le squadre, le associazioni, i supermercati, i siti internet, le frammentazioni politiche. Energie che, concentrate su un punto fermo, potrebbero essere vincenti.
Quell’astensionismo non si cura con coalizioni gonfiate o formule importate da Roma. Si cura con progetti credibili e persone riconoscibili sul territorio. Quando il voto sente di scegliere qualcosa di reale, torna. Quando si sente strumento di accordi lontani, si ritira.
Poi arriva il giorno in cui l’autocritica serve, diventa necessaria partendo dal fatto che le campagne elettorali le fanno le persone. Prima ancora dei programmi, dei manifesti, dei like sui social.
E le persone, in questa tornata, hanno mandato un messaggio chiaro che il centrosinistra ha il dovere di ascoltare senza sconti.
Non basta invocare il campo largo se poi il campo si presenta diviso alla partenza. Non basta sommare sigle se le persone dietro quelle sigle non si parlano davvero. Non basta un candidato forte se la scelta di quel candidato arriva tardi, frettolosa, dopo mesi in cui si caldeggiava un altro nome. I cittadini vedono. Registrano. E al momento del voto ricordano.
I nodi della politica locale si possono spostare all’angolo ma non spariscono, tornano, in forme diverse, sempre. E questa volta sono tornati sotto forma di voti che non sono arrivati, di elettori che si sono astenuti, di un ballottaggio perso nonostante i numeri sulla carta sembrassero favorevoli.
L’autocritica vera non è cercare il colpevole da indicare. Non è il nome sbagliato, la lista incompleta, la comunicazione carente. L’autocritica vera è chiedersi perché una parte consistente di questa città, proprio quella che storicamente si riconosce nei valori del centrosinistra, ha preferito non scegliere. O ha scelto altrove.
La risposta non è comoda, ma è necessaria: si è perso il contatto con le persone, con i problemi quotidiani di una Città sempre più degradata senza risposte concrete. Sono queste le cose che costruiscono o distruggono la fiducia. Non i congressi, non le tessere, non le alleanze nazionali.
Ricostruire richiede tempo, coerenza e umiltà. Richiede di stare sul territorio quando non ci sono elezioni, non solo nei trenta giorni di campagna elettorale. Richiede di ascoltare prima di parlare, di scegliere le persone prima delle sigle, di tornare a essere riconoscibili nei quartieri e non solo sui manifesti.
Il campo del centrosinistra, il Partito Democratico ha davanti a sé un lavoro lungo e necessario, senza cercare colpe a tutti i costi, ma fare autocritica vera. Ricostruire dal basso, dai quartieri, dalle persone. Ritrovare una voce che nasca dal territorio e non scenda dall’alto.
Quel 22% che ha premiato Giuseppe Siena con Competenza e Territorio insieme a Casa Riformista non è la soluzione, ma indica una direzione. È una base da cui ripartire per lanciare la vera sfida futura. Combattere l’atteggiamento dello scrutatore non votante e ricostruire un’idea forte di aggregazione sociale. La grande forza mancante nel vivere quotidiano di questa città.
Floriana Natale inizia oggi una storia nuova. Il suo nome, sia di buon auspicio, suona come un invito a qualcosa di fresco, di necessario. Ha vinto senza strappi visibili, senza lacerazioni pubbliche. Ora deve dimostrare che quella coerenza non era solo tattica elettorale, ma metodo di governo. San Giovanni Rotondo è una comunità che sa dare tanto e merita di ricevere altrettanto: attenzione, continuità, rispetto delle persone.
Rossella Fini ha davanti un ruolo che non è secondario. Un’opposizione seria, costruttiva, capace di tenere alta l’asticella è il miglior servizio che si possa rendere a una città. Il centrosinistra ha energie, ha radici, ha una sede dove si fanno ancora scelte coraggiose. Deve ritrovare la strada.
Il vero impegno per riavvicinare i cittadini alle istituzioni comincia adesso, e non si esaurisce nelle urne. Passa dal modo in cui, da oggi, qualcuno deciderà di restare in piazza, nei quartieri, dentro i problemi quotidiani della città. Anche quando i riflettori si saranno spenti.
Buon lavoro Floriana Natale.
È lei la vincitrice di questa storia, ma la sua vittoria ha una radice che vale la pena ricordare. È stata la prima a candidarsi, mesi prima degli altri, quando il campo era ancora aperto e incerto. Non è un dettaglio secondario: chi arriva per primo si espone di più, rischia di più, costruisce di più. Lo aveva già fatto nel 2024, chiudendo al terzo posto. Poteva fermarsi lì, ma ha scelto di non farlo. Quella continuità in opposizione, quella determinazione silenziosa, i cittadini l’hanno vista e l’hanno premiata. La sua vittoria non è caduta dal cielo è stata costruita con pazienza, senza scorciatoie.
Buon lavoro Rossella Fini.
Buon lavoro Giuseppe Siena.
San Giovanni Rotondo ha bisogno di entrambi, e di tutti gli altri che non si sono ancora alzati dalla sedia.
Berto Dragano

