Floriana, Giuseppe, Mimmo, Roberto, Rossella: cinque nomi per onorare San Giovanni Rotondo
C’è una misura in tutte le cose. Anche nella politica. Anzi, soprattutto nella politica, quando una comunità si prepara a vivere il tempo delicato delle elezioni amministrative.
Questa volta, più che mai, sembra avvertirsi un clima diverso. Chi si presenta alla città come candidato sindaco dà la sensazione di voler garantire un confronto più rispettoso, più consapevole, più adeguato alla responsabilità che ci si appresta ad assumere. Un rispetto reciproco tra candidati e verso le diverse sensibilità presenti in campo oltre che verso i cittadini.
Ed è proprio questo il punto: i cittadini non hanno bisogno di assistere, ancora una volta, a una campagna elettorale segnata dal rancore, dall’astio, dai toni cattivi o dalle insinuazioni. Hanno già visto, nel recentissimo passato, quanto certe dinamiche possano impoverire il dibattito pubblico e lasciare nella comunità più amarezza che chiarezza.
Una città non cresce se viene trascinata dentro un clima avvelenato, e una competizione elettorale non diventa più vera solo perché si alza la voce o si irrigidiscono i toni.
Le differenze ci saranno, com’è giusto che sia; ci saranno programmi diversi, sensibilità diverse, letture diverse dei problemi e delle priorità. È il sale della democrazia, ma tutto questo può avvenire senza smarrire il senso del limite e senza trasformare l’avversario in un nemico.
E forse, proprio per questo, vale la pena chiamarli per nome i candidati sindaci: Floriana, Giuseppe, Mimmo, Roberto, Rossella.
Non per mancanza di rispetto verso il ruolo al quale aspirano, ma per una ragione opposta: perché la politica amministrativa, prima ancora di essere incarico, funzione, rappresentanza istituzionale, è relazione umana con la propria comunità.
Per me, e credo per molti cittadini, Floriana, Giuseppe, Mimmo, Roberto e Rossella devono potersi presentare come il vicino della porta accanto: senza titoli da esibire, senza stellette da portare al petto, senza una fascia da immaginare già indosso, senza quella distanza che a volte rende la politica fredda, solenne, quasi estranea. La credibilità non nasce dall’altezza del pulpito, ma dalla capacità di stare dentro la città, ascoltarla, comprenderla, rispettarla.
È anche da qui che può nascere un clima diverso: dal riconoscersi persone prima ancora che candidati e dal sapere che dietro ogni nome c’è una storia, una responsabilità, una scelta di esposizione pubblica che merita rispetto, anche quando non la si condivide.
Est modus in rebus, ammoniva Orazio: c’è una misura nelle cose.
C’è una misura nelle parole, nei giudizi, nelle promesse, nelle ambizioni. E c’è una misura anche nella politica locale, dove i rapporti umani non si cancellano con la fine della campagna elettorale e dove, il giorno dopo il voto, tutti continueranno a vivere nella stessa città.
Sono convinto che, se anche dovessero esserci ancora una volta avvelenatori di pozzi dietro le quinte comunicative, questa volta troveranno poco spazio. Non perché certe tentazioni siano scomparse, ma perché la città appare meno disponibile a farsi trascinare in dinamiche che non producono nulla di utile.
I cittadini osservano, ascoltano, valutano, e non meritano di essere trattati come destinatari passivi di messaggi costruiti sulla paura, sul sospetto o sul risentimento.
San Giovanni Rotondo ha bisogno di una campagna elettorale seria. Vivace, certo anche franca, ma seria. Una campagna nella quale si parli dei problemi reali, delle prospettive, delle responsabilità amministrative, della qualità della vita, del futuro possibile della città. Una campagna nella quale la passione non diventi aggressività e la critica non perda mai il contatto con la lealtà.
Le elezioni amministrative sono un passaggio importante, ma non possono diventare una resa dei conti. La città viene prima delle appartenenze, prima delle ambizioni personali, prima delle convenienze del momento. Chi chiede fiducia ai cittadini dovrebbe custodire questa consapevolezza con particolare attenzione.
Per questo, oggi più che mai, serve misura. Non come invito alla prudenza sterile, né come richiesta di abbassare il confronto. Al contrario: la misura può rendere il confronto più alto, più credibile, più utile, perché consente alle idee di emergere senza essere soffocate dal rumore e permette ai cittadini di scegliere con maggiore serenità.
Sarebbe un bel segnale se questa campagna elettorale riuscisse davvero a segnare una discontinuità rispetto al passato. Non una competizione senza passione, ma una competizione senza veleno.
Amare una comunità significa anche questo: saperla rispettare nel momento in cui le si chiede consenso.
gp

