Quando l’opinione diventa verità assoluta
Viviamo in un tempo in cui si parla di tutto e di più, con una facilità che non è mai stata accompagnata da un pari aumento della conoscenza.
L’accesso universale ai social ha prodotto un effetto collaterale evidente: l’illusione che opinare equivalga a sapere.
Si discute di economia senza averne mai affrontato i principi, di geopolitica prescindendo dalla storia, di sicurezza, ingegneria o architettura senza alcuna familiarità con i fondamenti tecnici. E lo si fa con una sicurezza sorprendente, spesso aggressiva, come se la convinzione personale fosse, di per sé, una prova.
Il problema non è la libertà di espressione, che resta un valore irrinunciabile. Il problema è la confusione sistematica tra diritto di parola e competenza, tra informazione e conoscenza, tra partecipazione e improvvisazione.
La complessità viene così compressa in giudizi sommari, i fatti ridotti a narrazioni semplificate, gli eventi — anche i più delicati o drammatici — trasformati in occasioni per esercitare un protagonismo sterile. In questo contesto, chi studia, chi approfondisce, chi conosce davvero, finisce spesso per essere messo sullo stesso piano di chi improvvisa.
Eppure la competenza non è un’opinione. È il risultato di tempo, metodo, studio, esperienza. È fatta di dubbi prima ancora che di certezze e, soprattutto, implica la consapevolezza dei propri limiti.
Forse è proprio qui che dovrebbe innestarsi una domanda semplice, ma decisiva, che ciascuno di noi dovrebbe porsi più spesso, anche nel quotidiano:
Ne sono all’altezza?
Sto parlando con cognizione di causa?
Sto dando decoro a ciò che dico e al contesto in cui lo dico?
Perché, quando il pensiero non è sostenuto dalla conoscenza, il risultato non è confronto né crescita. È solo rumore. O peggio, uno sbuffo di borotalco, che si disperde nell’aria più in fretta di quanto crediamo.
gp

