Una riflessione di Matteo De Vita che va oltre l’aggressione personale subita di recente
Quella che segue è la riflessione di Matteo De Vita, professionista della formazione attivo sul territorio.
Il suo racconto parte da un’esperienza personale recente e profonda. Da un episodio di aggressione subìto lo sguardo si allarga a un’analisi più ampia sul senso di sicurezza, sulla percezione quotidiana del vivere la città e sul tipo di comunità che stiamo costruendo, anche in funzione del futuro delle nuove generazioni.
L’obiettivo del testo non è polemico né politico, ma umano: offrire uno spunto di consapevolezza, con un linguaggio semplice, empatico e accessibile, capace di coinvolgere il lettore e lasciare una domanda aperta.

Ci sono momenti in cui capisci davvero dove ti trovi
Era una sera normale.
Quelle sere semplici, senza aspettative.
Un bar, due parole, il tempo che scorre senza peso.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambia.
Una frase.
Uno sguardo frainteso.
“Puoi venire un attimo fuori?”
Esci. Senza pensarci troppo.
Perché non hai nulla da nascondere.
Perché sei abituato a vivere tranquillo.
E invece no.
“Cosa guardi?”
E subito dopo, il vuoto.
Un pugno.
Il terreno che arriva troppo in fretta.
Un calcio mentre sei a terra.
Silenzio.
Non quello del bar.
Quello dentro.
Perché il dolore fisico, in qualche modo, lo gestisci.
Sai che passerà.
Sai che si sistema.
Ma quello che ti resta addosso è altro.
È lo stupore.
È quella sensazione strana, difficile da spiegare,
come se qualcosa si fosse incrinato.
Io insegno alle persone a migliorare.
A stare meglio.
A costruire ambienti più sicuri, più consapevoli.
E poi ti ritrovi lì, per terra,
a chiederti dove è finita tutta quella normalità.
Non è rabbia.
Non è nemmeno paura.
È una specie di vuoto.
Come se il mondo, per un attimo,
non fosse più quello che pensavi.
E allora inizi a guardarti intorno in modo diverso.
Le persone.
Le strade.
I silenzi.
E ti rendi conto che certe cose
non iniziano quando accadono.
Iniziano molto prima.
Quando smettiamo di farci caso.
Quando pensiamo “tanto non succede a me”.
Quando abbassiamo, anche solo un po’, l’attenzione.
Io non ho risposte oggi.
So solo che questa cosa
mi ha toccato più dentro che fuori.
E forse la domanda non è
perché succedono certe cose.
Ma un’altra.
Molto più semplice.
Molto più scomoda.
Quando abbiamo iniziato a considerare normale qualcosa che normale non è?

