Riflessioni sulla fornitura dei sacchetti per l’organico e sulla necessità di tutelare il cittadino e il territorio
Da alcune settimane è cambiato l’appalto per la gestione dei rifiuti nel comune di San Giovanni Rotondo. Un cambio passato in sordina se non fosse per i mezzi che hanno un logo diverso da quello a cui eravamo abituati: niente slogan, nessuna presentazione ufficiale, nessuna consegna di nuove pattumelle, stesso calendario di raccolta, ma…
Eh sì c’è un ma che abbiamo constatato di persona andando a ritirare al distributore automatico la consueta fornitura di buste per plastica, carta e umido. Ad attirare subito la nostra attenzione è il minuscolo rotolo dei sacchetti per la raccolta dell’organico. Non le abbiamo contate, ma sono assai di meno di quelle che abbiamo ricevuto negli ultimi otto/nove anni.
Ma non è tutto. Aprendo il sacchetto per l’utilizzo ci siamo trovati a sperimentare un déjà vu.
Vi spieghiamo meglio.
Le nuove buste fornite sono bianche, tuttavia quello che ci interessa non è il colore ma la compostabilità del materiale, e la consistenza al tatto solleva già delle perplessità. Dopo aver staccato il sacchetto dal rotolo leggiamo quanto impresso sullo stesso: in verde a caratteri cubitali c’è la scritta “RACCOLTA UMIDO” poi l’elenco di ciò che può essere conferito.
Purtroppo però tali indicazioni non sono sufficienti a stabilire la conformità delle buste.
Sull’argomento ci eravamo già soffermati nel luglio 2017, quando tutti i cittadini incapparono in una analoga situazione che si risolse dopo la pubblicazione del nostro articolo, allorché la ditta appaltatrice consegnò sacchetti regolamentari e da allora e fino alla fine dell’assegnazione dell’incarico non si sono più verificati “incidenti” di questo tipo.
Col passare del tempo, ormai tutti abbiamo imparato a distinguere i sacchetti in plastica, quelli biodegradabili e quelli compostabili e tutti sappiamo quale tra questi è idoneo per il conferimento dell’umido. Qualcuno lo avrà imparato a sue spese vedendosi lasciare l’immondizia nella pattumella marrone con una ammonizione e qualcun altro avrà preso anche una multa per non aver utilizzato il sacchetto giusto. Eppure il distributore automatico che si trova nel chiostro comunale è stato riempito con dei sacchetti apparentemente non conformi. Probabilmente biodegradabili, ma non compostabili.
Il problema potrebbe sembrare di piccola entità, ma nei fatti non è così perché il successo della raccolta differenziata non dipende soltanto dalla corretta separazione dei diversi tipi di rifiuti, ma anche dal giusto sacchetto utilizzato.
I sacchetti biodegrabili non sono di origine vegetale, bensì chimica, e quindi, anche se in misura minore rispetto ai vecchi sacchetti di plastica, sono da considerarsi inquinanti. Possono decomporsi entro 6 mesi, ma in una discarica o all’aria aperta il tempo di decomposizione può essere molto più lungo, potenzialmente fino a qualche anno.
Un sacchetto compostabile, invece, è ottenuto da sostanze vegetali, il materiale più utilizzato per la produzione di bio-plastiche è il mais. A contatto con materiale organico si decompone in poche settimane trasformandosi in compost.
La normativa comunitaria UNI EN 13432/2002, “Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione” stabilisce gli standard di conformità e dà indicazioni sulla degradabilità dei componenti e sulla idoneità dei sacchetti destinati al conferimento della frazione organica.
Tali norme stabiliscono, inoltre, che, per essere idonee, le buste biodegradabili e compostabili devono necessariamente riportare la dicitura: «Sacco biodegradabile e compostabile conforme alla norma UNI EN 13432/2002», accompagnata dal marchio di un ente certificatore. In assenza di tali requisiti, i sacchetti non dovrebbero essere utilizzati per la frazione organica.

Eppure, ci troviamo di fronte a un paradosso: la scritta “RACCOLTA UMIDO” presente sui sacchetti ritirati al distributore induce i cittadini in un errore inevitabile e genera un’evidente confusione. Questo cortocircuito informativo porterebbe l’utente ad utilizzare, in assoluta buona fede, materiale plastico non conforme nella convinzione di operare correttamente.
Se l’impiego di sacchetti non a norma per la frazione organica compromette gravemente il ciclo della differenziata e la sostenibilità ambientale, tale criticità appare ancora più grave e inaccettabile se si considera che tali buste proverrebbero direttamente dalla fornitura distribuita dal Comune. Tale errore non avrebbe solo un impatto ecologico, ma genererebbe pure un inevitabile danno erariale: il conferimento di rifiuti non conformi presso gli impianti comporterebbe sanzioni e costi di smaltimento extra, che graverebbero sulle casse pubbliche e, di conseguenza, sulla cittadinanza.
Se a distanza di quasi dieci anni ci ritroviamo a discutere della medesima problematica, l’intento non è quello di puntare il dito contro singoli soggetti, bensì di promuovere una critica costruttiva. L’obiettivo è sensibilizzare cittadini e istituzioni sull’adozione di buone pratiche per la tutela ambientale, affinché la gestione dei rifiuti diventi finalmente un processo virtuoso, trasparente e coerente con gli obiettivi ambientali dell’intera comunità.
Però consentiteci due domande…
Per una ditta che comincia un servizio pubblico una fornitura inadeguata può essere questo un buon biglietto da visita?
Chi dovrebbe vigilare se le forniture rispettano i requisiti stabiliti per legge?
SoniaRitr


