L’emozione non ha voce

A cura della dottoressa Pamela Longo
Psicologa e Psicoterapeuta
Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche relativamente alla possibilità di praticare educazione affettiva e sessuale nelle scuole, questione che ha suscitato un interesse particolare tra gli addetti ai lavori, che ha sollecitato molte domande sull’effettiva “utilità” e sul perché permane una certa reticenza a praticarla in contesti importanti come la scuola, cui spetta uno dei compiti fondamentali nello sviluppo e nella formazione delle giovani generazioni e dei futuri adulti.
Educare all’affettività e alla sessualità significa promuovere una cultura completa e trasversale essenziale per affrontare i principi che costituiscono la base dell’affetto e dell’affettività, ovvero il rispetto reciproco, il proprio e altrui consenso, la codifica delle proprie emozioni e di quelle degli altri, la scoperta di sé stessi e della propria identità.
Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza
In questa definizione, tratta da un lavoro svolto dal gruppo di lavoro per la convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, rintraccio alcuni dei punti chiave per cui questo tipo di educazione risulta fondamentale nella struttura della personalità di ogni individuo.
Molto spesso parliamo di emozioni, e sempre più di frequente ho la sensazione che codifichiamo il mondo emotivo attraverso la razionalità, cioè mentre riusciamo a verbalizzare l’effetto fisiologico dell’emozione, identificando l’emozione provata, sento che allo stato attuale si faccia un’enorme fatica ad accedere al vissuto suscitato dall’emozione. Per cui spesso è possibile parlare del come ci si sente, senza però “sentire” davvero il proprio vissuto e dunque “utilizzare” le emozioni secondo la loro funzione adattiva. Questo perché le emozioni frequentemente vengono demonizzate, quasi fossero un ostacolo alla realizzazione e al raggiungimento degli obiettivi preposti, per cui vengono considerate come degli elementi di difficile gestione nell’affermazione di sé stessi, provando a mettere da parte il proprio vissuto emotivo e compensandolo attraverso una razionalità pervasiva, che sebbene sia uno strumento utilissimo, prerogativa che contraddistingue l’essere umano, ma che da solo non può assolvere a ciò che un corretto funzionamento richiederebbe.
Quelle emozioni negate e demonizzate, continuano però ad esserci ed agire, sfuggendo al controllo della razionalità e a volte della consapevolezza, esprimendosi laddove non riconosciute, in modalità non funzionali, perché trovano espressione attraverso le uniche vie possibili, incorrendo in sintomi o manifestazioni somatiche, difficoltà comportamentali e/o relazionali, solo per dirne alcune.
Proprio per questa ragione, ritengo sia fondamentale educare ad un’emotività consapevole, in cui l’emozione venga riscoperta nella sua funzione più primordiale ed adattiva, per cui possa ritrovare la voce di esprimersi senza giudizio e senza timore, nella maniera più funzionale possibile. Per far questo non possiamo parlare solo di emozioni, ma accompagnare nel vissuto emotivo, riconoscendone l’importanza fondamentale che lo caratterizza, accogliendone le sfumature ed aiutare ad esprimerlo per come richiede che venga espresso. E questo l’uomo lo sa fare. Ma l’uomo va aiutato ad esprimere il proprio potenziale. Al pari dell’educazione legata agli apprendimenti, ritengo che la “Scuola” abbia il dovere di formare l’uomo prima ancora dell’allievo, collaborando con le famiglie nel percorso di crescita. Da sempre considerata un’agenzia di socializzazione fondamentale, la scuola rappresenta un osservatorio privilegiato dal quale analizzare l’evoluzione, le dinamiche di crescita e di relazione, e nel qui ed ora del mentre accade, può aiutare a prendere contatto con quei non detti emotivi, che mentre spesso passano inosservati, si trasformano in agiti comportamentali che sfuggono alle ragioni della razionalità. Siamo nell’epoca delle performance, del tangibile, della fretta e della velocità, siamo cosi focalizzati su ciò che è visibile e concretizzabile, da allontanare tutto ciò che invece appartiene al sentire, perché quello in qualche modo potrebbe portare a rivedersi, a ridefinirsi, aldilà di ciò che facciamo o otteniamo, e dunque potrebbe rappresentare un ostacolo alla realizzazione delle aspettative sociali, non rispettando la propria modalità d’essere.
Certo la scuola non va lasciata da sola ad assolvere il fondamentale compito legato al benessere nella sua accezione più globale e dunque va accompagnata, avvalendosi di figure preposte che possano sostenere, mentre sostiene, lo sviluppo di nuove abilità e competenze, perché l’obiettivo dovrebbe essere quello di formare e prendersi cura dei cittadini di oggi e di domani.
Oggi mi sono focalizzata prevalentemente, sugli aspetti emotivi, nelle prossime settimane mi piacerebbe provare ad approfondire le possibili implicazioni di una scorretta e poco funzionale educazione all’affettività e delle reticenze legate all’educazione alla sessualità, che se correttamente effettuata, può rappresentare un valido strumento per decostruire pregiudizi, stereotipi e ruoli, fortemente radicati nella società e nel pensiero comune, che inconsciamente tendono a perpetrare le disuguaglianze e la violenza di genere. Non che rappresenti la risoluzione ad un problema emergente sempre più frequente, di certo però l’educazione è lo strumento principe per evidenziare e scardinare le criticità che si manifestano nella società. Forse non possiamo cambiare il mondo, ma dobbiamo iniziare a guardare negli occhi le difficoltà ed affrontarle partendo dalle nostre realtà.
L’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo
Nelson Mandela

