Prevenire è meglio che curare

A cura della dottoressa Pamela Longo
Psicologa e Psicoterapeuta
Recentemente ho avuto l’occasione di scambiare alcuni pensieri con un tecnico sanitario e dalla conversazione è emerso, in maniera evidente, come a fronte di un aumento dell’incidenza di talune patologie, per le quali la diagnosi spesso arriva troppo tardi, la prevenzione rappresenta un salvavita che però, incontra ancora molte “resistenze”, per cui nonostante una migliore accessibilità alla sanità, ad oggi ancora molte persone preferiscono evitare o procrastinare piuttosto che affrontare esami, più o meno invasivi, che possono aiutare a migliorare le proprie condizioni di salute.
Ed ovviamente non si tratta solo di pigrizia.
Per tale ragione ho pensato di affrontare qui, in questo spazio divulgativo, un tema assai importante, provando ad osservare le possibili implicazioni psicologiche nella resistenza alla prevenzione precoce.
Come sappiamo la prevenzione sanitaria rappresenta uno dei pilastri fondamentali della salute pubblica: screening, vaccinazioni, controlli periodici consentono di ridurre l’incidenza di molte patologie e soprattutto di migliorarne la prognosi. Tuttavia, nonostante le evidenze scientifiche a sostegno della prevenzione, una parte significativa della popolazione mostra resistenze, talvolta esplicite ma spesso implicite, che portano al rifiuto o al rinvio delle pratiche preventive.
La distorsione nella percezione del rischio rappresenta uno dei principali ostacoli psicologici alla prevenzione, per cui si tende a sottostimare la probabilità di ammalarsi, soprattutto quando la patologia non si è mai manifestata in prima persona o nel proprio contesto familiare.
Questo fenomeno è noto come ottimismo irrealistico, il quale porta a credere, soprattutto in occasione di eventi che sollecitano paura e sgomento, che la sofferenza sia un fenomeno lontano da sé, per cui vi è la credenza che “capiti agli altri, non a me”. Di conseguenza, la prevenzione viene percepita come non necessaria o comunque rimandabile.
All’opposto, in alcuni casi il rischio viene percepito come eccessivamente minaccioso, l’idea stessa di una possibile diagnosi genera ansia e porta all’evitamento degli esami preventivi, nel tentativo di ridurre il disagio emotivo immediato.
In altri casi, la resistenza deriva dall’idea che la prevenzione implichi un confronto diretto con la possibilità di scoprire che qualcosa non va. Per molti, la paura della diagnosi è più forte della paura della malattia stessa. Sapere di stare bene, anche in modo illusorio, può apparire psicologicamente più tollerabile che affrontare l’incertezza o l’eventualità di una diagnosi negativa. Questa dinamica è spesso legata a meccanismi di difesa come la negazione e la rimozione, che proteggono temporaneamente l’individuo dall’angoscia, tuttavia ostacolano comportamenti di cura a lungo termine.
Le decisioni in ambito sanitario non sono mai puramente razionali. Emozioni come paura, vergogna, colpa o fatalismo influenzano in modo significativo la percezione della prevenzione.
Alcune persone credono, più o meno consapevolmente, che la salute sia determinata dal destino o dalla fortuna, riducendo il senso di efficacia personale nel prevenire la malattia.
In altri casi, la prevenzione può entrare in conflitto con l’immagine di sé, per cui sottoporsi a controlli può essere vissuto come un’ammissione di fragilità o di invecchiamento, elementi difficili da accettare, soprattutto all’interno della nostra cultura che enfatizza, purtroppo, valori legati alle performance e all’autosufficienza.
Comprendere le resistenze psicologiche alla prevenzione sanitaria è fondamentale per sviluppare strategie comunicative più efficaci. Infatti, informare non basta, piuttosto è necessario ascoltare, riconoscere le paure, validare le emozioni e costruire una relazione di fiducia.
Un approccio empatico, e non giudicante, che tenga conto delle dimensioni emotive e simboliche della prevenzione, può favorire un cambiamento graduale, aiutando le persone a integrare la cura di sé come una scelta consapevole e coerente con i propri valori.
Credere che il rifiuto della prevenzione sanitaria sia semplicemente il risultato di ignoranza o disinformazione è altresì illusorio. Comprendere che, invece, spesso rappresenta l’espressione di resistenze psicologiche più profonde può migliorare l’accoglienza dell’Altro senza giudizio.
Solo così la prevenzione può diventare non solo un atto medico, ma un percorso di consapevolezza e responsabilità e dunque un atto d’amore verso sé stessi!

